Botta e risposta

Un cacciatore ci ha inviato una lettera con la quale esprime le sue valutazioni critiche sull’iniziativa referendaria e sulle nostre ragioni per VOTARE SÌ.
Riteniamo interessante diffondere le argomentazioni della “base” del mondo venatorio e quindi abbiamo scelto di pubblicare i punti della sua lettera con le nostre risposte, avvertendo che, per abbreviare il testo (alquanto lungo), omettiamo alcune divagazioni non pertinenti.


CACCIATOREIn realtà con queste iniziative Voi favorite esclusivamente l’interesse privato di chi ha risorse economiche tali da potersi permettere il pagamento di una quota e quindi andare a caccia sempre in una riserva di caccia o, perché no?pagarsi dei viaggi venatori all’estero. Invece sarà preclusa la caccia alla gente normale, con redditi “normali” che ancora pratica la passione facendo enormi sacrifici visti i costi e le tasse già molto elevati. Se poi tenete presente che parecchi cacciatori sono pensionati…
RISPOSTA – Ovviamente non è nelle nostre intenzioni favorire chi caccia in riserve o addirittura all’estero. Infatti, il referendum prevede l’adozione dei limiti di carniere anche all’interno delle aziende faunistico venatorie. L’argomento dei ricchi che portano i soldi all’estero per colpa di norme italiane o europee severe ricorre spesso quando si discute di comportamenti non proprio commendevoli. Così, per esempio, si dovrebbero forse allentare le norme su sicurezza del lavoro e inquinamento per reggere la concorrenza dei paesi emergenti?
Noi non la pensiamo così. Riteniamo che la Regione debba dotarsi di una disciplina venatoria coerente con lo stato del proprio ambiente naturale, oggi invero piuttosto compromesso. Nell’inerzia della Regione, 60.000 cittadini hanno chiesto un referendum abrogativo delle parti più permissive della normativa sulla caccia. Per come sono concepiti i quesiti, la vittoria del sì introdurrebbe, di fatto, un principio sacrosanto: si penserebbe innanzitutto all’equilibrio naturale e alla conservazione di una sua componente fondamentale, la fauna, e solo dopo si potrebbe permettere la caccia a poche specie non in pericolo e che possono creare problemi o danni, soprattutto all’agricoltura. Beninteso se non fosse possibile adottare altre misure per rimediare ai danni.

CACCIATORE Non ci sono specie a rischio di estinzione comprese nell’elenco delle specie cacciabili. Se non avete paura di essere smentiti, invece di comportarvi da talebani (decidendo voi quale è la verità di fatto e pretendendo di imporla) andate a consultare i dati a livello europeo. Il problema è che per voi non ci sono specie che possano essere considerate cacciabili ivi comprese specie in evidente soprannumero ed infestanti (vedi cornacchie, gazze, volpi, storni ecc.)
RISPOSTA – Mancherebbe solo una Pubblica Amministrazione che inserisse specie in via di estinzione nell’elenco delle specie cacciabili! Non decidiamo noi quale è la verità di fatto, ma ci affidiamo a lavori scientifici svolti da Università, Istituti di Ricerca, Enti autorevoli.
Ricordiamo che in epoca storica, con il contributo a volte decisivo della caccia, si è verificata l’estinzione locale (Piemonte, Italia, o catena alpina) di gipeto, orso, lince, lupo, grandi ungulati. I tentativi di nidificazione in Piemonte della cicogna bianca fino agli anni ‘80 sono stati quasi tutti frustrati da atti di bracconaggio. Fino agli anni ‘20 del secolo scorso, i diari dei cacciatori della pianura piemontese menzionavano l’uccisione di decine di voltolini, re di quaglie, porciglioni, oggi praticamente scomparsi (Museo Regionale Scienze Naturali, Atlante degli uccelli nidificanti, 1988).
Restando nell’ambito delle specie attualmente cacciabili, è accertato che le specie appartenenti alla tipica fauna alpina sono in calo numerico (Gariboldi A., Andreotti A., Bogliani G., La conservazione degli uccelli in Italia, Perdisa 2004). Lo stesso Piano Faunistico Venatorio della Regione Piemonte riporta dinamiche di popolazione negative per coturnice e pernice bianca e riconosce, nei confronti di quest’ultima specie, la caccia come principale fattore responsabile della diminuzione degli individui. Sulla lepre variabile, invece, non esistono assolutamente dati: appare quindi del tutto irrazionale consentire prelievi venatori su una specie della quale non si conosce praticamente nulla.
È inoltre noto, ma anche ovvio nella sostanza, che l’Unione Europea invita a “…non autorizzare la caccia di specie o popolazioni il cui stato di conservazione sia insufficiente, anche se la caccia non ne è la causa principale…”. E tra le specie riconosciute a rischio vi è la coturnice (addirittura a un livello di attenzione particolarmente elevato), il fagiano di monte e la pernice bianca, sia pure limitatamente alla sottospecie helveticus, che però, guarda caso, è proprio quella che abita le nostre montagne. Certo, tra le cause principali vi è l’alterazione dell’ambiente, ma la caccia non può che peggiorare la situazione.
Non occorre dilungarsi, ma considerazioni analoghe potrebbero valere anche per altre specie di pianura: pernice rossa, starna, ecc. E invece, di fronte a questa situazione l’Assessore regionale alla caccia Claudio Sacchetto, d’intesa con il Presidente della terza Commissione Regionale Gianluca Vignale, propone addirittura di ampliare l’elenco delle specie cacciabili, inserendovi ben 10 specie di uccelli, tra cui alcune rare in Piemonte (frullino, mestolone, alzavola, marzaiola, moriglione, fischione) e l’allodola, specie anch’essa riconosciuta in diminuzione. A proposito, cosa ci sarà di divertente o sportivo nello sparare all’allodola? Un uccelletto grande come un passero, insettivoro, che non dà fastidio a nessuno?
Per quanto riguarda le specie che possono creare problemi di natura ecologica (siamo d’accordo sul fatto che ne esistano), c’è pur sempre la possibilità di effettuare misure di contenimento (anche abbattimenti).

CACCIATORESe capita, durante una battuta di caccia, di incrociare dei turisti o passanti che si voglia, normalmente si mette in sicurezza l’arma e, se la zona è particolarmente fitta di persone (cacciatori e non) si preferisce cambiare zona, visto che nessuno di noi va a caccia per fare del male ad altre persone, ma solo per passare qualche ora ad esercitare la propria passione, magari con qualche amico e, vi assicuro, il carniere, pieno o vuoto che sia, non è mai stato un problema. Per il resto, devo dire che nei luoghi dove si va a caccia, negli orari in cui si va a caccia e nel periodo in cui si va a caccia, di escursionisti ne ho trovati pochi
pochi (ed ora voi giù a dire che non è per le levatacce, a tutti farebbe piacere passeggiare per i boschi alle sei di mattina, a novembre, ma non ci vanno perché hanno paura delle fucilate). In Francia si caccia per molto più tempo che in Italia. Vorrei sapere se voi abbiate escluso la Francia (ma potremmo dire Inghilterra, USA, Spagna …) dalle vostre mete turistiche per lo stesso timore di “impallinazione”.
RISPOSTA – Invece gli incontri ci sono. Senza citare episodi drammatici, che pure sono numerosi, proviamo a spiegare quello che vediamo noi stessi o che ci raccontano occasionalmente amici e conoscenti. Per una persona normale (escursionista, birdwatcher, ciclista, runner … ) è già un’esperienza vagamente inquietante sentire nelle vicinanze colpi di fucile, latrati di cani, richiami di cacciatori che spesso non si intendono neppure tra di loro. Se poi lì vicino si ode un fruscio, si pensa subito che venga verso di noi un cinghiale ferito, qualche cane sovraeccitato, o, peggio ancora, il bersaglio del cacciatore e che si sia capitati sulla linea di tiro. Il massimo è quando si cammina tranquilli e da dietro un albero una voce stentorea grida ai suoi compagni di non sparare perché c’è gente sul sentiero e subito dopo è tutto un fiorire di altre voci che rispondono: devo sparare? A cosa? Dov’è? È un cinghiale? E una volta che tutto è chiarito, magari il concerto si conclude con un’imprecazione verso il rompiscatole. Come si vede, non deve scorrere sangue umano per avere la giornata rovinata e in futuro cambiare meta.
E poi, per favore, basta con questa sterile polemica secondo la quale i cacciatori sono dei duri che si alzano all’alba e camminano per chilometri nei boschi, mentre gli ambientalisti sono pigroni che non fanno mai un passo più del necessario! Quanto meno non generalizziamo: ci sono cacciatori che cercano di non muoversi di oltre 10 metri da dove sono scesi dal fuoristrada ed esistono ambientalisti che si alzano spesso anche prima dell’alba per andare a fare escursioni in montagna.
Quanto alle mete estere, possiamo assicurare tutti che noi ci andiamo e continueremo ad andarci per tanti motivi, uno dei quali abbiamo in comune con i cacciatori: vi si vedono più specie e più esemplari che in Italia. La differenza è che noi li osserviamo e li fotografiamo, loro gli sparano.

CACCIATORERiguardo al punto “Votare sì per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e meno contrastanti con l’interesse generale” che evidenzia ancora una volta una certa ignoranza in materia, provate ad andare a vedere gli altri stati. Pubblicate il nome di uno stato in cui secondo voi la caccia è ben regolamentata. Ma guardatevi in giro! Quella italiana e del Piemonte sono le regolamentazioni tra le più restrittive a livello mondiale! Andate a vedere negli altri paesi europei e non, dove la caccia è vista come una risorsa e non un problema. In Inghilterra la caccia alla specie colombaccio è aperta tutto l’anno essendo considerata una specie infestante, così come in parecchi stati USA la caccia al coyote per gli stessi motivi.
“Il Michigan ha una lunga, ricca tradizione venatoria. In Michigan la caccia contribuisce alla gestione e alla conservazione della fauna selvatica, fornisce una positiva esperienza in ambito familiare ed incrementa le opportunità ricreative, ed è buona per l’economia”. Questo paragrafo è un estratto dal “2011 Michigan Hunting and Trapping Digest” ovvero il documento governativo che regolamenta l’attività venatoria nello stato del Michigan (USA). Meditate gente … Un altro esempio della ristrettezza della normativa italiana: ho avuto in rare occasioni l’opportunità di andare a caccia all’estero (Francia e USA) su invito di amici. Ebbene, in questi stati si può ma in Italia NO!
Qui io non avrei la possibilità di ricambiare il favore, in quanto la nostra regolamentazione non consente ad un forestiero di effettuare una battuta di caccia. Per cui ribadisco: se non avete paura delle vostre opinioni, non abbiate paura a rimetterle in discussione senza far proclami o editti. Sedetevi con noi intorno ad un tavolo a discuterne. Chissà che non si possa scoprire che a questo mondo c’è posto per tutti…
RISPOSTA – Se la nostra normativa è così restrittiva c’è da chiedersi come mai l’Italia e le Regioni italiane sono sistematicamente oggetto di procedura di infrazione da parte della Commissione Europea per violazione delle norme comunitarie sulla caccia….
Abbiamo già spiegato che le regole, in qualsiasi campo, devono essere concepite tenendo conto della situazione in cui verranno applicate. Come si possono paragonare paesi diversi per ambienti, specie presenti, cultura, densità di popolazione, urbanizzazione, agricoltura, diversi persino per condizioni di arrivo atteso della neve e del ghiaccio in autunno o per il periodo di illuminazione solare? Qui le argomentazioni del nostro cacciatore, simili a quelle di tanti suoi colleghi, sembrano volte alla pretesa di applicare in Italia il peggio di tutto il mondo. Tanto meno si può prendere ad esempio gli USA, dove una lobby dalla forza
proverbiale, quella dei costruttori di armi, riesce sistematicamente ad indirizzare il processo legislativo a proprio vantaggio. Infine, una delle nostre più radicate battaglie, è quella contro il nomadismo venatorio, come riconosciuto anche dai cacciatori meno estremisti, con i quali qualche volta ci sediamo intorno a un tavolo ed effettivamente abbiamo un dialogo.

CACCIATORE Nel dettaglio, quali eccessi dell’attività venatoria vorreste contrastare??? Vedi sopra circa le ristrettezze della normativa italiana. Se ne vogliamo parlare, avendo notato su qualche sito (non so se il vostro) lamentele circa il fatto che sarebbe troppo semplice ottenere la licenza di caccia in Italia, portate esempi di qualche nazione che secondo voi va bene in questo senso. Io vi dico solo che per ottenerla ho dovuto fare un corso di tre mesi (due sere a settimana) per prepararmi sulle varie materie inerenti all’esame che si deve tenere di fronte ad una apposita commissione provinciale. Queste materie sono:
1) Conoscenza della regolamentazione (legge 157/92).
2) Conoscenza delle specie cacciabili e non.
3) Conoscenza delle colture agricole
4) Norme di pronto soccorso
5) conoscenza e uso delle armi da fuoco.
Senza dimenticare che il porto d’armi in Italia è concesso solo ha chi ha la fedina penale immacolata, in quanto in caso di reati non viene concesso. Questa nota va a risposta di una altro dei vostri siti velenosi, dove si predica l’intolleranza che titolava “cacciatori brava gente”. D sicuro siamo l’unica categoria di persone in Italia ad avere la fedina penale pulita. Di quale altra categoria possiamo dire lo stesso? Neanche di governanti ed onorevoli. Non nego che ci siano elementi che commettono infrazioni anche tra di noi, dico solo che la loro percentuale è la stessa delle “mele marce” presenti in qualsiasi altra categoria di persone. In
Inghilterra ed USA ad esempio, l’ottenimento del permesso di caccia è solo una tassa da pagare (un vaglia). Rendo l’idea? Se volete che anche in Italia si faccia così per me va benissimo!
RISPOSTA – Queste affermazioni sono un elenco di cose scontate. Non c’è nulla di particolarmente meritevole nel prepararsi a svolgere un’attività, anche di tempo libero. È quello che fanno regolarmente milioni di persone in Italia, nel volontariato, nello sport, nell’attività ludica e nel tempo libero. Possedere nozioni basilari di pronto soccorso è il minimo per chi utilizza armi, così come saper distinguere le specie cacciabili da quelle protette.

CACCIATORE Chiedete di votare sì perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere tutelato. E qui viene il bello. Voi spacciate questo referendum come una richiesta di regolamentazione della caccia e non una abolizione della stessa, ma sapere bene che non è così. Riducendo a quattro le specie cacciabili, di fatto verrebbero chiuse quasi tutte le forme di caccia tradizionali della nostra zona. Ma voi non volete che chi vede i vostri siti abbia l’idea che siate dei talebani (come in effetti siete) allora vi date una
parvenza di regolarità in questo modo. In una nota l’assessore Sacchetto ha ribadito un concetto corretto ed essenziale: qualsiasi regolamentazione sulla caccia non può essere fatta da persone che la caccia la vogliono abolire. Sarebbe come far fare il codice stradale a qualcuno che la circolazione stradale la vorrebbe abolire. E lo dimostra il fatto che qualsiasi vostro commento è teso sempre e comunque ad una riduzione (che sia di tempi specie o quant’altro) delle possibilità venatorie senza nessun riscontro. Se eliminerete la caccia, come in effetti volete al di là dei proclami che chiedono solo di “regolamentarla” (riallacciandomi al paragone del codice stradale sarebbe come chiedere la possibilità di circolare solo dalle due alle tre di mattina e solo su circuiti a pagamento e poi proclamarsi come fautori di una “regolamentazione”, di fatto vorrebbe dire eliminare la circolazione stradale), in effetti l’unico risultato pratico che otterrete sarà la sparizione di una categoria di persone (i cacciatori appunto) che, seppur per interesse proprio, si danno da fare perché il territorio sia ancora capace di ospitare e far nidificare la fauna selvatica, perché le colture abbiano dei fondi a perdere per la stagione invernale, perché le coltivazioni mantengano quella eterogeneità che garantiva in ogni periodo dell’anno sostentamento per le specie migratorie. Sparite queste persone che ci tengono al mantenimento della fauna selvatica, la fauna selvatica stessa ne subirà un danno. Ed è qui che paradossalmente si può asserire che la caccia alla fauna selvatica dà un apporto positivo; nel fatto che i cacciatori ci tengono che la fauna selvatica prosperi. E vivendo a diretto contatto con essa acquisiscono una notevole esperienza e conoscenza delle problematiche ambientali. Vi saluto sperando, ovviamente, che il referendum vada male ma ricordandovi che a questo mondo (e guardate anche il resto del mondo) c’è posto per tutti. Una sola cosa il vostro referendum ha di positivo: così facendo darete l’occasione a tutti coloro che vivono “fregandosene” dell’ambiente (e sono tanti vi assicuro, anche tra di voi) di sentirsi in pace con le loro coscienze dopo aver votato SÌ, per poi andare avanti a fregarsene.
RISPOSTA – Intanto diciamo subito che la realtà è una cosa: le sue interpretazioni un’altra. Noi non chiediamo la chiusura della caccia, ma solo una sua severa regolamentazione. E questo è un dato di fatto incontestabile. Che poi vi siano molti cacciatori che non potranno più esercitare perché disinteressati alle 4 specie che rimarrebbero cacciabili, può darsi. Ma non è un problema nostro.
Incidenti di caccia: i nostri dati provengono dall’Associazione Vittime della Caccia, che segue le metodologie proprie delle indagini statistiche: enunciazione delle fattispecie di incidente, raggruppamento dei casi a seconda della dinamica, raccolta della documentazione sul più ampio numero di fonti possibili, conservazione della documentazione. Invece compilare una statistica con pochi incidenti è facile: basta non leggere i giornali!
Ad osservazione rispondiamo ripetendo ancora che il referendum non chiede l’abrogazione totale della caccia. Basta leggere i quesiti referendari o le spiegazioni circa i loro effetti. Chiariamo ancora che, in caso di vittoria dei sì, si affermerà il principio secondo cui prima si pensa e poi si spara. Il punto di partenza della disciplina dell’attività venatoria sarà la garanzia dell’equilibrio ambientale e della salvaguardia delle specie e, solo dopo aver capito come si garantisce questo equilibrio, verrà permessa la caccia laddove questa abbia un impatto minimo o serva a limitare i danni eventualmente arrecati da certe specie.
Se non si andrà più a caccia della fauna alpina perché oggi è in diminuzione, i cacciatori se ne faranno una ragione: l’interesse collettivo all’equilibrio naturale e alla salvaguardia delle specie è superiore rispetto a quello di andare a caccia. Sotto sotto, forse, quello che temono i cacciatori è il “pensare prima di sparare”, o meglio, che il futuro legislatore si chieda seriamente a cosa serve la caccia per l’equilibrio naturale …
Circa la nota citata, sarebbe grave se provenisse dall’Assessore Sacchetto o da qualunque amministratore: chiunque ha il diritto di intervenire nel processo legislativo con gli strumenti messi a disposizione della legge, indipendentemente dal suo pensiero. Proprio quando succede il contrario, e ogni categoria autodecide le proprie regole, le conseguenze sono deleterie (vedi ad esempio i parlamentari).
Questa ultima parte della lettera poi, riporta un vecchio e usurato argomento di propaganda, secondo il quale i cacciatori sarebbero i primi a proteggere l’ambiente perché interessati alla moltiplicazione della selvaggina. Apparentemente il ragionamento sembra fondato, ma in realtà non c’è niente di più falso, ed esclusi casi individuali o di piccoli gruppi, a livello di grandi associazioni venatorie, la storia e i fatti lo smentiscono. Assenti nelle lotte contro il nucleare o per la difesa dell’acqua pubblica, assenti nella difesa del paesaggio, nella definizione della politica agricola comunitaria, nella lotta contro l’inquinamento, assenti persino nelle lotte contro l’urbanizzazione selvaggia e la cementificazione di quei terreni dove si riproduce quella selvaggina cui tengono tanto, i cacciatori hanno sempre chiuso tutti e due gli occhi di fronte al deterioramento dell’ambiente italiano.
Fin dagli anni delle grandi trasformazioni indotte dal boom economico degli anni ‘50, il mondo venatorio ha trovato più conveniente arroccarsi in una corporazione che otteneva privilegi dai partiti in cambio di voti e di silenzio verso altri soggetti presenti sullo stesso territorio percorso dai cacciatori: speculatori, inquinatori, cementificatori, soggetti con i quali, anzi, hanno sempre avuto un tacito patto di non aggressione, garantito all’interno dei partiti che tutti questi gruppi rappresentavano e ancora, evidentemente, li rappresentano.
Ecco quindi che la pubblicistica venatoria si lamenta sì delle compromissioni ambientali, ma solo per attribuirne ad altri la responsabilità, mai per iniziare azioni concrete di tutela.
Cosa interessa a costoro se il cacciatore oggi va a caccia tra un’autostrada e una centrale elettrica in un campo saturo di concimi e antiparassitari, dove si coltiva colza destinata alla trasformazione in bioetanolo?
L’importante è che la Regione, a spese del contribuente, abbia liberato qualche fagiano d’allevamento su cui sparare, o che abbia inserito l’allodola tra le specie cacciabili. E così l’Assessore Sacchetto diventa pure l’eroe dei cacciatori.
Ci siamo sempre chiesti cosa sarebbe successo se i due milioni e mezzo di cacciatori italiani attivi negli anni settanta avessero maturato la volontà di tutelare il territorio, anche se solo per avere a disposizione più selvaggina. Ovviamente la domanda è destinata a rimanere senza risposta. Altrettanto ovviamente noi ci auguriamo che il referendum vada bene. Sarà una bella novità per la fauna e per l’ambiente, ma sarà anche un segnale di risveglio dei cittadini dopo anni di sonnolenza, del loro ritorno ad occuparsi della cosa pubblica, di volontà di rimanere attaccati ai loro diritti alla faccia di chi per venticinque anni questi diritti li ha negati.

 

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