Referendum caccia: si voti insieme alle amministrative

Da 24 anni la Regione Piemonte avrebbe dovuto indire un referendum per limitare e regolamentare (attenzione: non abolire) l’attività venatoria in Piemonte; nel 1987, infatti, vennero raccolte più di 60 mila firme di cittadini piemontesi che chiedevano il referendum. Ma la Regione – sia con maggioranze di centrodestra che di centrosinistra – in tutti questi anni ha sempre “svicolato”, con una serie di espedienti e furberie, per evitare che si andasse alle urne su questo tema. I promotori del referendum hanno insistito in sede giudiziaria e finalmente il 9 febbraio di quest’anno, dopo innumerevoli udienze e 9 gradi di giudizio, il Tribunale Amministrativo Regionale ha definitivamente ordinato alla Regione di far svolgere il referendum in una data tra il 15 aprile e il 15 giugno di quest’anno. E se il presidente Cota non si sbriga a fissare la data, dice il Tar nella sentenza, viene nominato fin d’ora un commissario ad acta (il Prefetto di Torino) che ottemperi a quest’obbligo.

Che sia un giudice (un collegio di giudici, in questo caso) a dover ordinare l’indizione di un referendum è innanzitutto una sconfitta della politica: se i promotori hanno dovuto imboccare la via giudiziaria è perché nel Palazzo, in 24 anni, i rappresentanti dei cittadini non hanno voluto dare ascolto a una richiesta, formulata secondo le regole democratiche, dai cittadini stessi. E allora, purtroppo, è stato necessario l’intervento del giudice.

L’attuale maggioranza Pdl-Lega Nord che governa la Regione, incassato il colpo, l’ha subito “buttata sul soldo”: far svolgere il referendum costerebbe, dicono, fra i 20 e i 25 milioni di euro. Una spesa ingente che il Piemonte oggi non si può permettere. Un’obiezione che non sta in piedi.

Per evitare lo svolgimento del referendum, infatti, sarebbe stato sufficiente modificare la normativa venatoria regionale secondo le richieste dei promotori del referendum stesso.
E invece, in 24 anni, la Commissione caccia e pesca della Regione si è riunita centinaia di volte (spendendo quanto, in emolumenti ai consiglieri?) sempre cercando di eludere quelle richieste. E continuando pervicacemente a resistere in tribunale (spendendo quanto, in parcelle di avvocati e costi giudiziari?) per far respingere la richiesta. Oppure sarebbe stato sufficiente far svolgere il referendum in concomitanza con qualche altra tornata elettorale (nel frattempo siamo andati alle urne decine di volte) per dimezzare, o forse più, la spesa per la consultazione referendaria. Chi tira fuori adesso, strumentalmente, i problemi di costi va quindi immediatamente… impallinato (in senso metaforico, s’intende) ed invitato ad evitare di prendere per i fondelli i cittadini.

Venti milioni di euro per il referendum sembra una cifra un po’ “gonfiata”, ma lasciamo perdere. E comunque il modo per far svolgere il referendum (si ricordi: ordinato dal Tar, non dagli animalisti) spendendo molto meno… c’è: domenica 6 maggio in numerose città e paesi del Piemonte i cittadini andranno alle urne per eleggere le amministrazioni comunali. Si voterà in tre capoluoghi di Provincia – Alessandria, Asti e Cuneo – e in altre popolose cittadine (Chivasso, Acqui Terme, Racconigi…) e molti piccoli Comuni. I seggi con presidenti e scrutatori, le Prefetture, le forze dell’ordine e tutta la “macchina elettorale” saranno quindi in funzione, con il loro costo, per le amministrative. E allora, se si vuole spendere meno per il referendum sulla caccia, è sufficiente far votare i piemontesi in quello stesso giorno, che cade perfettamente nell’intervallo temporale indicato dal Tar.

E’ una soluzione di buonsenso, che non necessita di ulteriori motivazioni. Se però il presidente Cota si oppone e preferisce indire il referendum in altra data (magari verso metà giugno, quando l’affluenza alle urne fisiologicamente scende ed è più difficile che si raggiunga il quorum…), i premurosi consiglieri regionali tanto attenti alle spese potrebbero proporre di detrarre dallo stipendio del presidente i maggiori costi dovuti alla scelta della data, in modo da non farli pesare sul bilancio della Regione.

Umberto Lorini
Legambiente

Post to Twitter Post to Facebook Send Gmail Post to MySpace