Considerazioni sul Referendum caccia – Nino Boeti

In relazione al referendum sulla caccia, desidero fare qualche considerazione.
Trovo inammissibile il fatto che il Governatore Cota non abbia chiesto al suo assessore, per evitare il referendum e i seguenti 20 milioni di euro che sarebbero utili ai servizi sociali della Regione, di predisporre di un disegno di legge che tenesse conto dei quesiti referendari.
L’Assessore Sacchetto ha invece predisposto un disengo di legge che amplia le specie cacciabili infischiandosene di fatto del pensiero che sembra appartenere alla gran parte della popolazione piemontese, che ritiene che sparare a un leprotto sia una sciocchezza.
Sosterrò, se il referendum si dovesse fare, la tesi che viviamo in un mondo che ha senso soltanto se è in armonia con tutto ciò che ci circonda. Gli alberi, i fiumi, il mare, gli animali che vivono con noi e intorno a noi.
Mi sarebbe piaciuto molte volte, andando in montagna, incontrare una pernice bianca o un gallo forcello, così come è straordinario al mattino, nella casa in cui abito, circondata di alberi, sentire il canto degli uccelli.
Speriamo che il referendum possa essere evitato e se questo non sarà possibile, ci sia la possibilità di vincere.

Nino Boeti
consigliere regionale Partito Democratico

 

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Sono figlio di un cacciatore. E come lui lo fu mio nonno.

Sono figlio di un cacciatore e come lui lo fu mio nonno; per decenni – da non cacciatore – ho giudicato bene gli argomenti di molti cacciatori, in particolare quello in cui mi si diceva che gli allevamenti sono dei lager, mentre la caccia offre una possibilità agli animali di vivere in libertà regalando anche una probabilità di sopravvivenza. Vero.

Poi un giorno persone che vivono in cascine ai limiti del bosco mi hanno raccontato che si sono sentiti sparare a pochi metri, tanto che hanno i segni delle fucilate sui muri.

Poi un giorno che ero nei boschi con i miei cani (da guardia), un guardacaccia mi ha piantato una grana perché “nei boschi con loro non potevo andare in quanto disturbavo la selvaggina”.

Poi un giorno ho trovato dei cartelli su cui c’era scritto che per cinque giorni alla settimana per un mese non si sarebbe potuto entrare nei boschi perché cacciavano i cinghiali.

Poi un giorno ho trovato allucinanti trappole e cani straziati dalle medesime.

Poi un giorno ho visto cartelli boschivi e altri oggetti devastati da rose di fucili da caccia.

Poi un giorno ho sentito sparare come in guerra.

Poi un giorno ho letto quanti incidenti mortali ogni anno provoca questo “sport”.

Poi un giorno ho visto quante belle cartucce di plastica si trovano nei boschi, lasciate da questi amanti della natura.

Poi un giorno ho sentito di leggi che vorrebbero lasciare caccia libera a volatili in via d’estinzione.

Poi un giorno ho sentito parlare di antica tradizione da gente che non ha la più pallida idea di cosa sia la tradizione.

Poi un giorno mi hanno spiegato quanti affari milionari si celino dietro armi e munizioni.

Poi un giorno ho sentito raccontare di cacciatori che non mangiavano nemmeno la loro cacciagione.

Poi un giorno ho sentito raccontare di animali feriti morti dissanguati con la loro prole disperata vicina.

Ma nonostante tutto ciò ho continuato a pensare che gli allevamenti, così come sono ancora concepiti, siano molto peggio e che ad ogni modo noi umani siamo carnivori e che quindi in qualche maniera gli animali vadano sacrificati.

Poi però mi sono chiesto, già che ci reputiamo civili, se non sarebbe forse stato il caso di rivedere il nostro concetto in merito: Gandhi a tal proposito diceva che il livello di civiltà di un popolo si misura da come questo tratta gli animali.

Oggi la caccia non si pratica più per sopravvivenza e questo è un fatto incontestabile, ci dicono invece che la si pratica per sport o perché i cacciatori sarebbero amanti della natura: ingenuamente mi chiedo allora, già che sopravvivenza non è più e che per il resto potrebbero fare la stessa cosa senza fucili, se non si potrebbe perciò abolire senza alcun problema. Ma temo non la raccontino giusta e che forse dietro all’amore per la natura e dello sport credo si celino altre faccende: sarebbe perciò interessante sapere quali siano, rispondano perciò i cacciatori già che fino ad ora le motivazioni da loro fornite non
convincono affatto.

Lodovico Ellena


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Dal punto di vista etico è diverso: basta fucili.

Lettera tratta da L’EDITORIALE DEI LETTORI – LA STAMPA 13/03/2012 (link all’articolo)

TEORIA ED ETICA

LODOVICO BENSO*

Da un punto di vista teorico sono d’accordo con l’editoriale del lettore di sabato scorso, nel quale vengono omologate, in termini di uccisione di animali, la caccia, la pesca e l’allevamento di carne per consumo. Non lo sono dal punto di vista etico né da quello pratico. Eticamente è molto diverso uccidere per divertimento con la crudeltà dell’inseguimento e del terrore da parte dell’animale, che inizialmente resta ferito, dall’uccidere in modo «asettico» e il più possibile indolore, ammesso che si faccia così. In termini pratici non c’è ragione di non salvarne qualcuno, se non se ne può salvare la maggior parte. E’ un’ottica di piccoli passi ma, se non si comincia, non si va avanti verso la Civiltà. Si abolisca, quindi, la caccia.

Certo si tratta di problematiche complesse, che coinvolgono diverse esigenze e punti di vista. Che dire degli animali così detti nocivi, per esempio i topi? Le pratiche di derattizzazione mi disgustano, ma non possiamo, anche per ragioni di salute, lasciarci invadere da questi prolificissimi animaletti. E le zanzare? E i serpenti velenosi? Ma non bisogna cadere in terribili e stupidi equivoci come quello che ha portato alla quasi scomparsa del lupo: e neppure uccidere per profitto, come nel caso di avorio, pellicce, cibi pregiati. Un altro errore buonistico è quello di affidarsi alla «natura» o, peggio, «madre natura». Deve essere ben chiaro che la natura è un sistema indifferente che privilegia le specie più adatte alla sopravvivenza in un dato contesto e non vi è, in essa, bontà o cattiveria. Caratteristica dell’uomo, nel bene o nel male, è quella di poter andare oltre questo sistema.

Si pone per ultima la questione del livello di autocoscienza presente in ogni essere vivente. Essa sembrerebbe molto superiore in un cane che in un’ameba, ma non ne sappiamo niente. Certo sterminare i randagi a bastonate come in Ucraina per fare «pulizia» prima dei campionati del mondo di calcio dovrebbe essere ragione sufficiente per affidarli a un’altra nazione.

* medico, 70 anni, Torino

 

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Caccia: perché il referendum – LA STAMPA 17/3/2012

Volentieri rispondiamo al pensionato di Bra che chiede spiegazioni circa il Referendum sulla caccia nell’Editoriale dei lettori di sabato 10 marzo su La Stampa. Il lettore ha ragione quando dice che caccia e pesca vanno regolamentate: il Referendum del prossimo giugno ha infatti lo scopo di regolamentare l’attività venatoria in modo da adeguarla alla situazione ambientale e sociale dei nostri giorni.
Chi pratica la caccia oggi non lo fa con lo scopo di procurarsi cibo, ma pratica un hobby, segue una sua «passione», come tanti cacciatori amanodire. La caccia è quindi un’attività non necessaria, che però può avere, ed ha, conseguenze negative. Ricordiamo che ogni stagione venatoria miete numerose vittime tra gli stessi cacciatori, ma anche tra cittadini che possono essere colpiti trovandosi nei pressi di un cacciatore che spara: la stagione venatoria appena conclusa ha contato 86 vittime di cui 11 decedute. Tra le richieste referendarie, quella di vietare la caccia alla domenica ha l’obiettivo di ridurre il rischio di incidenti per escursionisti, cercatori di funghi, ecc.

Consideriamo poi l’impatto della caccia verso i diretti «interessati», e cioè gli animali. Tante specie sono alla pura sopravvivenza a causa dei vari usi del nostro territorio oltre che della caccia, e pare tutt’altro che logico eliminare e per divertimento gli ultimi sopravvissuti. Questo è il caso delle specie tipiche della zona alpina che consistono ormai in poche decine di esemplarie che questo Referendum vuole tutelare.
Il paragone con la pesca è più appropriato, essendo attività del tempo libero e che può fare danni ai corsi d’acqua (eccesso di prelievo, ripopolamenti inopportuni), ma che non miete vittime umane ed è stata recentemente regolamentata (Legge Reg. 37 del 2006) per renderla più sostenibile.

Infine, seppure molti anche tra i promotori siano convinti che alla base delle attività citate (pesca, caccia, allevamento) ci sia la stessa concezione degli animali da sfruttare ed uccidere, e non la condividano, ricordiamo che è già stata coniata la parola «benaltrismo» per definire l’atteggiamento di chi dice che bisognerebbe cambiare tutto in modo da…non cambiare niente.

Rossana Vallino
Comitato Promotore del Referendum Caccia

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Ambientalisti e animalisti a Cota: “Approvare subito la soluzione legislativa e risparmiare gli oltre 20 milioni necessari per celebrare il referendum”

ITALIA NOSTRA – LAC – LAV – LEGAMBIENTE – LIPU – PRONATURA – WWF

REFERENDUM CACCIA in PIEMONTE

“Dopo che anche i cacciatori e gli armieri hanno formalmente chiesto al presidente Cota e a tutti i partiti presenti in Consiglio regionale, a partire dalla maggioranza, un sussulto di responsabilità nel trovare velocemente una soluzione legislativa anziché spendere oltre 20 milioni di euro per il referendum, non c’è più giustificazione per affrontare questa ingente spesa che altrimenti sarebbe attribuita al Presidente Cota e alla sua Giunta, incapaci di scrivere poche righe di legge”.

Lo dichiarano le associazioni ITALIA NOSTRA, LAC, LAV, LEGAMBIENTE, LIPU, PRONATURA e WWF, promotrici del referendum che mira ad assicurare maggiori tutele agli animali selvatici e una limitazione della caccia in Piemonte.

“Di fronte alla legittima aspettativa di chi ha raccolto le firme e atteso 25 anni per veder riconosciuto il diritto al voto, ma anche al difficilissimo momento economico in cui versa tutto il Paese, inclusa la regione Piemonte, sarebbe ovvio, quasi elementare, che istituzioni responsabili trovino la soluzione legislativa che raccolga le istanze referendarie, evitando un ingente impegno economico”.

“Basterebbero pochissime cose di buon senso, come ad esempio salvaguardare le specie minacciate e la previsione della domenica priva di pericoli per tutti, per dare risposta alle richieste referendarie. Ad oggi, tuttavia, nessuno tra i massimi rappresentanti della regione pare avere il buon senso di agire. E’ insipienza o malafede?”.

Siamo certi – conclude la nota di ITALIA NOSTRA, LAC, LAV, LEGAMBIENTE, LIPU, PRONATURA e WWF- che in assenza di una soluzione legislativa, e se Cota e la sua Giunta arrivassero a far spendere oltre 20 milioni di euro dei piemontesi, i cittadini andrebbero a votare in massaper profondo senso di responsabilità, per dire la loro sulla tutela della natura e la sicurezza pubblica – ma anche per dotare la Regione di una legge che se davvero non riescono a scrivere adesso, possano almeno copiare dai quesiti referendari”.

Comunicato stampa – Roma, 7 marzo 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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