L’assessore Sacchetto vuole impedire di votare il referendum regionale sulla caccia

 

Torino, 9 gennaio 2011

L’ASSESSORE SACCHETTO VUOLE IMPEDIRE AI CITTADINI DI VOTARE IL REFERENDUM REGIONALE CONTRO LA CACCIA RICHIESTO 25 ANNI FA DA 60.000 CITTADINI.

OVVERO COME SOSPENDERE LA DEMOCRAZIA.

Dopo ben 24 anni di battaglie legali, il 29 dicembre del 2010 la Corte d’Appello del Tribunale di Torino aveva riconosciuto le ragioni del Comitato Promotore e aveva ordinato alla Regione Piemonte di riavviare l’iter del referendum regionale contro la caccia, illegittimamente sospeso dalla Regione Piemonte. Si dovrebbe votare in una domenica compresa tra la metà di aprile e la metà di giugno del 2012. Solo una legge che recepisse interamente le istanze referendarie (protezione per 15 specie selvatiche, divieto di caccia la domenica, divieto di caccia su terreno coperto da neve, abolizione dei privilegi concessi alle aziende faunistiche private) potrebbe impedire l’esercizio del voto.

Sembrava che nulla potesse più impedire il democratico esercizio del voto e invece l’Assessore regionale alla caccia, Claudio Sacchetto, oggi, in III Commissione, ha trovato il modo di sospendere temporaneamente la democrazia.

Ha presentato un emendamento ad una propria proposta di legge, il quale abroga per intero l’attuale legge regionale 70/96.

Abolita la legge, abolito il referendum.

Ma come fa il Piemonte a stare senza una legge regionale che regola la caccia?

All’Assessore Sacchetto probabilmente questo non interessa perché rimarrebbe sempre vigente la legge quadro nazionale n. 157/1992 ha dichiarato Roberto Piana del Comitato Promotore del Referendum. ”Probabilmente conta, dopo il 15 giugno di far approvare dal Consiglio regionale una legge che restauri lo status quo ante, magari anche con qualche regalo in più ai cacciatori”.

Tra l’altro, la legge nazionale è molto più permissiva di quella regionale, per cui l’iniziativa di Sacchetto va nella direzione opposta a quella del referendum. In uno stato democratico una proposta del genere sarebbe stata rinviata al mittente e l’autore sarebbe stato invitato a fare le valigie e a cercare lavoro altrove ha aggiunto Piero Belletti.

 

Per il Comitato Promotore del Referendum regionale contro la caccia

Piero Belletti

Roberto Piana

 

COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM REGIONALE CONTRO LA CACCIA

C/O PRO NATURA

Via Pastrengo 13 – 10128 Torino

 

Link correlati:

“Caccia, blitz leghista contro il referendum” – La Stampa

Piemonte: contro il referendum anticaccia aboliamo la democrazia – Geapress

Caccia: dopo 25 anni ancora a rischio referendum Piemonte – Ansa

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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“Per un vegetariano come me, uccidere per necessità è già un delitto, figuriamoci uccidere per divertimento!” – Pino Caruso

Pino Caruso - Attore e scrittore

Per un vegetariano come me, uccidere per necessità è già un delitto, figuriamoci uccidere per divertimento!
Togliere la vita a un essere vivente che non può difendersi è da vigliacchi.
Pino Caruso

Aforismi
109
La barbarie, al mondo, è tale che la caccia viene chiamata sport.
152
Gli animali vanno restituiti a se stessi.
158
Non mangio nulla che sia costata la vita a un essere vivente. Ma è un problema mio. Quando sarà un problema di tutti, avremo raggiunto la civiltà.

tratti dal libro “Ho dei pensieri che non condivido” di Pino Caruso – A&B Editrice

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Storia del referendum

Nella primavera-estate del 1987 vengono raccolte circa 60.000 firme in calce alla richiesta di unreferendum regionale che chiede l’abrogazione di alcuni articoli della L.R. 60/79, la normativa allora vigente in materia di caccia.
Nel 1988 la Regione Piemonte (d’ora in avanti “Regione”) dichiara la richiesta ammissibile, ma,subito dopo, vara una nuova normativa, la L.R. 22/1988, e, conseguentemente, dichiara, con DPGRn. 3258/1988, la cessazione delle operazioni referendarie, essendo mutata la norma oggetto diconsultazione. Da notare che la nuova legge recepisce solo in piccola parte le richieste del quesitoreferendario (ad esempio le specie cacciabili sono ancora 29, a fronte delle 4 previste dal quesito).
Il Comitato promotore (d’ora in avanti “Comitato”) impugna il provvedimento davanti al TARPiemonte, ma questo si definiva incompetente, vertendo l’oggetto della domanda sulla lesione di undiritto soggettivo, ed essendo pertanto competente il giudice ordinario.
Il Comitato iniziava pertanto una battaglia legale che transita attraverso tre gradi di giudizio davantial Giudice ordinario e che dura dal 1999 al 2002. Il Tribunale di Torino rigetta la domanda delComitato. La Corte d’Appello di Torino, invece, in riforma del primo grado, annulla il DPGR inquanto non era stata prevista una comparazione tra la nuova legge e quella precedente: pertantonon era stato possibile valutare se le istanze dei promotori fossero state accolte o meno. La Corte diCassazione rigetta il ricorso della Regione e, pertanto, confermava il disposto della pronuncia dellaCorte d’Appello.
La Regione, allora, nomina una Commissione, presieduta dal Prof. Sergio Vinciguerra, affinchévaluti se la nuova disciplina aveva o meno recepito le istanze referendarie. Questa concludeva i suoilavori con esito positivo.
Con conseguente DPGR n. 89/2002, la Regione dichiara nuovamente l’annullamento delleoperazioni referendarie.
Il Comitato allora ricorre al TAR Piemonte con due distinti ricorsi, uno con cui chiede il giudiziod’ottemperanza sulla decisione della Corte d’Appello, e l’altro con cui chiede l’annullamentodel DPGR 89/2002. Le domande vengono ambedue respinte, la prima in quanto inammissibileper cessazione della materia del contendere, la seconda per difetto di giurisdizione, trattandosi dimateria di competenza del giudice ordinario. La prima sentenza viene ricorsa in Consiglio di Stato,che conferma però la sentenza del TAR. Piemonte.
Nel 2006 il Comitato iniziava la causa davanti al Tribunale di Torino per ottenere l’annullamentodel DPGR n. 89/2002.
Il 5 settembre 2008, con sentenza n. 6156, il Tribunale di Torino, Prima Sezione Civile (giudicePaola Ferrero) accoglie le istanze dei promotori il referendum e riconosce il loro pieno diritto allaprosecuzione del processo referendario.
Il 29 dicembre 2010, con sentenza n. 1986, La Corte d’Appello di Torino respinge il ricorsopresentato dalla Regione Piemonte contro la sentenza di primo grado e ribadisce la legittimità dellarichiesta referendaria.

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Percorso giuridico

La sentenza n. 1896/10 del 29 dicembre 2010 della Corte di appello di Torino, confermando sostanzialmente la pronuncia di primo grado del Tribunale di Torino, ha sancito la sussistenza del diritto soggettivo del Comitato promotore del referendum all’espletamento della procedura referendaria, illegittimamente interrotta dalla Regione Piemonte.

Nell’alveo della giurisprudenza della Corte costituzionale, la sentenza osserva preliminarmente come, in caso di sopravvenienza di una nuova disciplina, che non modifichi in modo sostanziale i contenuti normativi essenziali delle disposizioni oggetto della richiesta referendaria, “la sottoposizione della nuova legge al voto popolare, qualora essa introduca modificazioni formali o di dettaglio”, oltre a corrispondere alle intenzioni del Comitato promotore, “rappresenta la strada costituzionalmente obbligata per conciliare – nell’ambito del procedimento referendario – la permanente potestà legislativa delle Camere con la garanzia dell’istituto del referendum abrogativo”.

A tal riguardo, la Corte riconosce come l’intendimento dei promotori fosse quello non già di conseguire l’integrale abrogazione della legge sulla caccia, bensì quello, più limitato, di introdurre soltanto alcune – per quanto significative – restrizioni all’esercizio dell’attività venatoria sul territorio regionale. In virtù di tale fondamentale constatazione, la sentenza disattende l’argomento difensivo adombrato dalla Regione Piemonte, a detta della quale la consultazione referendaria sarebbe stata tesa ad impedire lo svolgimento di un’attività (quella venatoria) senza dubbio consentita dalla vigente legislazione nazionale.

Poste siffatte premesse, la Corte nega l’asserito carattere innovativo della l. 70/96, rilevando che non solamente gli specifici contenuti normativi delle singole disposizioni, ma, altresì, gli stessi principi ispiratori della nuova e della previgente disciplina, non risultano essere stati oggetto di significative modificazioni. Tanto la normativa attuale, quanto quella abrogata, si pongono come obiettivo la tutela della fauna selvatica, dettando, a tal fine, un’articolata disciplina dell’attività venatoria, che, pur rivelandosi più restrittiva nelle previsioni della nuova legge di quanto non avvenisse in passato, evidenzia una sostanziale continuità, per principi informatori, strumenti giuridici adottati e finalità perseguite, fra antica e recente legislazione.

In esito ad approfondita disamina, da un lato, delle disposizioni della nuova e della precedente normativa e, dall’altro, dei quesiti proposti, la Corte perviene alla conclusione che siano tuttora attuali e, dunque, trasferibili sulle corrispondenti previsioni della vigente legge, le richieste referendarie relative a:

  • riduzione delle specie cacciabili;
  • divieto di caccia nella giornata di domenica;
  • eliminazione delle esenzioni al divieto di caccia sui terreni innevati;
  • abolizione del regime privilegiato riconosciuto alle aziende private di caccia.

Preme osservare come la sentenza, nel giungere a dette conclusioni, rifiuti categoricamente di prendere in considerazione argomenti di ordine lato sensu politico (ingenti costi della consultazione referendaria, possibile difficoltà a raggiungere il quorum, scarso interesse dei quesiti), cui la Regione Piemonte aveva in buona parte affidato le proprie speranze di sovvertire l’esito del giudizio di primo grado. La Corte è ferma nell’osservare, a tal proposito, come oggetto del giudizio non sia “l’opportunità o la convenienza del quesito referendario in rapporto all’attuazione dei vari e complessi interessi in gioco (aspetti la cui valutazione compete unicamente ai cittadini elettori)”, non spettando evidentemente al giudice “di valutare le conseguenze (in termini di politica legislativa) dell’eventuale accoglimento del quesito referendario abrogativo alla luce dei complessivi valori recepiti dall’ordinamento”, in quanto il thema decidendum devolutole risulta del tutto “avulso da ogni considerazione di incidenza economica ovvero politica (nel senso della opportunità o rispondenza dell’iniziativa referendaria all’interesse pubblico) che si ponga a valle dell’iniziativa stessa”.

Particolarmente significativo, a tal riguardo, è, poi, il riconoscimento del rilievo costituzionale del diritto dei promotori del referendum all’espletamento della procedura referendaria, “in conformità al dato costituzionale, nonché alla legge statale e regionale, che ravvisa nell’istituto referendario un primario strumento di partecipazione democratica dei cittadini al processo di formazione legislativa”. Donde l’impossibilità, così per lo Stato e le Regioni, come per il giudice, di “negare tale diritto in ragione dei costi economici – se non addirittura degli sprechi – indotti dall’iniziativa; men che meno, una simile valutazione potrebbe essere fatta sulla scorta di considerazioni del tutto opinabili e per lo più di tipo prognostico (il disinteresse degli elettori per la materia, il verosimile mancato raggiungimento del quorum, la sussistenza nell’ambito del bilancio regionale di altre e preminenti esigenze di cassa, la difficoltà di percezione del significato dei quesiti da parte del grande pubblico, ecc.)”, argomenti tutti vanamente prospettati nel corso del giudizio dalla difesa regionale.

La tesi difensiva della Regione Piemonte viene, dunque, dalla sentenza della Corte, perentoriamente confutata. Pieno riconoscimento ottiene, invece, l’inviolabile (ma, di fatto, per tanto tempo violato) diritto dei cittadini piemontesi ad esprimere, attraverso il più importante (se non l’unico) istituto di democrazia diretta previsto dall’ordinamento (il referendum), il proprio libero convincimento in merito ai quesiti, a suo tempo proposti dal Comitato promotore, sul tema della caccia.

La sentenza, pur accogliendo pressoché integralmente le ragioni del Comitato promotore del referendum, non ravvisa, peraltro, gli estremi per la condanna della Regione Piemonte al risarcimento del danno sofferto dagli stessi promotori, per l’ormai ultraventennale ritardo nello svolgimento della procedura referendaria. A giudizio della Corte, infatti, non sarebbero individuabili specifici profili di colpevolezza nell’operato (comunque illegittimo, sul piano obiettivo) dei funzionari e, in genere, delle istituzioni regionali, tesi discutibile ma che, in ogni caso, non offusca il nitore di una decisione, quale quella in commento, cui va innegabilmente riconosciuto il merito di aver reso finalmente giustizia alle ragioni del Comitato promotore, vistosi per oltre ventitré anni conculcare l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito.

 

Torino, 15 febbraio 2011

 

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