Domande e Risposte

Ma era proprio necessario indire un referendum sulla caccia?
Siamo perfettamente coscienti che un referendum abrogativo non è la soluzione ideale per
intervenire sulle leggi. Né siamo felici che si debbano spendere soldi pubblici per la sua indizione.
Tuttavia, non abbiamo avuto scelta. Gli Amministratori non hanno mai accolto alcuna delle nostre richieste e si sono sempre rifiutati di modificare le leggi nel senso da noi auspicato. Si pensi che, nei 25 anni trascorsi dalla raccolta delle firme, nessun Amministratore Regionale (né di destra, né di sinistra) ci ha mai concesso un incontro, nonostante le nostre reiterate richieste.

Vi pare giusto spendere un sacco di soldi per un referendum in un momento di crisi come l’attuale?
Intanto diciamo che il referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta di cui
disponiamo, per cui i soldi che necessitano per indirlo non sono proprio del tutto sprecati….
Inoltre, esso è previsto e regolamentato dalle leggi vigenti. Ma al di là di queste considerazioni, è ovvio che a nessuno piace spendere denaro pubblico, tanto meno a noi. E, in effetti, abbiamo prospettato parecchie soluzioni per ridurre le spese. Ad esempio unire il referendum regionale con altre consultazioni elettorali. Ricordiamo che il referendum fu richiesto nel 1987: in questi 25 anni quante occasioni ci sono state di accorpare il referendum sulla caccia con altre elezioni o referendum nazionali? E poi, quanto ha speso la Regione in spese legali per una battaglia palesemente persa in partenza? Esiste poi una soluzione a costo zero: accettare le richieste referendarie e modificare di conseguenza la legge regionale sulla caccia.

Il referendum vuole abolire la caccia?
No, a livello regionale non è possibile vietare una pratica consentita da leggi nazionali. Tuttavia, il referendum si pone l’obiettivo di limitare drasticamente l’attività venatoria nella nostra Regione. In caso di vittoria dei sì, ad esempio, si potrebbero cacciare solo più cinghiali, lepri, minilepri e fagiani. La caccia sarebbe vietata nelle giornate di domenica e su terreno coperto da neve. Inoltre, verrebbero aboliti alcuni privilegi oggi concessi alle aziende faunistico-venatorie (le ex riserve private di caccia).

Molti animali sono causa di danni all’agricoltura e allo stesso ambiente naturale. Volete proteggere anche loro?
Il quesito referendario risale al 1987, quando la situazione della fauna selvatica era molto diversa da quella attuale. Tanto per fare un esempio, le cornacchie iniziavano solo allora a crescere numericamente in modo incontrollato, e ben difficilmente si sarebbe potuta prevedere la situazione attuale. Ricordiamo comunque che la legge prevede che, in caso di accertati danni all’agricoltura e in mancanza di metodi alternativi, è possibile ricorrere ad abbattimenti selettivi. Il referendum non elimina tale possibilità.

Limitare la caccia non è sufficiente per salvare la fauna selvatica, se non si interviene contemporaneamente su tutte le altre cause di disturbo (inquinamento, uso di pesticidi in agricoltura, disboscamento, ecc.).
È vero che sono numerosi i fattori che minacciano la fauna selvatica, così come è vero che le Associazioni ambientaliste ed animaliste non si occupano solo di caccia. C’è tuttavia da notare come in Italia la densità di cacciatori, per quanto in costante diminuzione, sia ancora molto alta. Regolamentare la caccia, inoltre, è una cosa che si può fare in tempi brevi e a basso costo.

I cacciatori pagano per poter andare a caccia.
A prescindere dal fatto che non tutto ciò che i cacciatori versano devono necessariamente essere utilizzato nello stesso ambito (in caso contrario le accise sulla benzina dovrebbero servire solo per costruire nuove strade), c’è da considerare anche le enormi spese che l’attività venatoria comporta: ad esempio i danni provocati dagli animali oggetto di ripopolamento (cinghiali, lepri, minilepri, ecc.). Ricordiamo poi che tali animali hanno un costo elevatissimo (un fagiano può costare fino a 100 Euro ed una lepre anche il doppio) e che solo una parte di essi sopravvive fino all’apertura della stagione venatoria. In un recente studio condotto presso il Comparto Alpino TO1 (val Chisone), si è osservato che delle 20 lepri liberate a marzo del 1988, solo 3 sono giunte vive all’apertura della caccia: il loro valore, quindi, ha raggiunto ben 1.000 Euro! La maggior parte delle altre lepri è stata predata dalle volpi, contribuendo così ad aumentare il numero di questo predatore, cosa di cui i cacciatori sono poi i primi a lamentarsi….

Ma veramente volete proteggere anche animali nocivi come volpi e cornacchie?
Il concetto di animale nocivo è ormai superato. Ogni specie vivente ricopre una funzione importante all’interno degli ecosistemi e degli equilibri che si stabiliscono tra le loro componenti. La volpe è stata, ed è tuttora, oggetto di persecuzioni, il più delle volte inutili. È infatti stato ampiamente dimostrato che la specie è in grado di limitare autonomamente il numero dei propri individui.
L’uccisione di volpi consente invece alle popolazioni che vivono in aree limitrofe di disporre di nuove zone da occupare, di più elevate quantità di cibo, con conseguente maggior sopravvivenza dei cuccioli. Di conseguenza, nel giro di pochissimo tempo si ricostituiscono le popolazioni originarie. L’uccisione di volpi per motivi sanitari (rabbia) non solo è inutile, ma addirittura controproducente, perché favorisce gli spostamenti degli animali e quindi la diffusione della malattia. Scriveva già nel 1983 lo zoologo Luigi Boitani: “Le popolazioni di volpi non vanno mai incontro a grosse fluttuazioni numeriche. Se lasciate indisturbate, esse mantengono quasi inalterata la loro consistenza, bilanciata sulle possibilità ambientali. Giocando su diversi fattori, dall’accoppiamento con una o più femmine al parto di un diverso numero di piccoli, dalle cure portate a tutti oppure a una parte soltanto dei figli alla possibilità di nascondere il cibo per i periodi di magra e di ricoprire gli spazi vuoti con individui itineranti, la volpe è in grado di recuperare, nel corso dello stesso anno, qualsiasi riduzione provocata dalla caccia.” Aggiungono Claudio Prigioni e Sandro Lovari, altri famosi zoologi: “Le campagne di caccia per il cosiddetto controllo numerico delle volpi sono una pratica corrente, ma nell’ignoranza dei meccanismi biologici che regolano la popolazione volpina, rischiano di ottenere risultati opposti a quelli voluti.
Infatti, più volpi vengono uccise, più piccoli sono partoriti, e inoltre meno volpi sono presenti in un’area e più cibo resta per le superstiti, che possono così prosperare.” Per quanto riguarda la diffusione della rabbia, in molti Paesi all’abbattimento si è oggi sostituita la vaccinazione, con risultati molto positivi. Infatti, una volpe uccisa viene sostituita da una volpe suscettibile di ammalarsi, mentre una volpe vaccinata è immunizzata e non può trasmettere la malattia anche se viene a contatto con un animale malato.
Ma probabilmente tanto odio e tanta persecuzione nei confronti di un animale che, ricordiamo, si ciba anche di topi e talpe, deriva, più che dagli agricoltori, dai cacciatori, i quali si vedono spesso predare gran parte delle lepri e dei fagiani di batteria appena liberati nel territorio e quindi sprovvisti di naturali reazioni di difesa. Affermano ancora Prigioni e Lovari: “Quando poi si liberano starne, fagiani, lepri di allevamento (e come tali ben poco capaci di sfuggire a un predatore) proprio in aree dove si voglia invece abbassare il numero delle volpi, non si fa altro che fornire nuove sorgenti di cibo facili da utilizzarsi, atte ad alzarne il numero.”
Anche le cornacchie non sono animali nocivi in sé, in quanto si nutrono anche di rifiuti, carogne ed assolvono ad un preciso ruolo negli equilibri ecologici. Le alterazioni ambientali dovute all’urbanizzazione, all’agricoltura intensiva ed industriale, all’inquinamento ed alla stessa caccia hanno causato la rottura di questi equilibri. Alcune specie molto esigenti e poco plastiche, che per riprodursi e sopravvivere hanno bisogno di ambienti incontaminati, si sono estinte. Il falco di palude si nutre e si riproduce solo dove sono presenti dei canneti: se sparisce il canneto sparisce anche il falco di palude. Altre specie sono molto più adattabili, come topi, cornacchie e gabbiani, per cui riescono a trarre vantaggio fa un ambiente alterato, in cui la competizione con altre specie è minore.
Di conseguenza si riproducono in gran numero e creano spesso problemi all’agricoltura e ad altre attività umane. I boschi misti di pianura sono stati sostituiti dai pioppeti industriali, su cui le cornacchie amano nidificare. La presenza di discariche abusive di rifiuti fornisce poi loro quantità quasi illimitate di cibo. Nessuna campagna di caccia è in grado di arginare il fenomeno, come ampiamente dimostrato in questi ultimi anni, in cui la caccia alle cornacchie è stata consentita, ma senza risultati apprezzabili.

Voi volete favorire chi caccia a pagamento nelle aziende faunistico venatorie oppure chi può permettersi di andare all’estero.
Ovviamente non è nelle nostre intenzioni favorire chi caccia in riserve o addirittura all’estero. Infatti, il referendum prevede l’adozione dei limiti di carniere anche all’interno delle aziende faunistico venatorie. L’argomento dei ricchi che portano i soldi all’estero per colpa di norme italiane o europee severe ricorre spesso quando si discute di comportamenti non proprio commendevoli. Così, per esempio, si dovrebbero forse allentare le norme su sicurezza del lavoro e inquinamento per reggere la concorrenza dei paesi emergenti?

Le leggi sulla caccia italiane, e piemontesi in particolare, sono già molto severe.
Se la nostra normativa è così restrittiva c’è da chiedersi come mai l’Italia e molte Regioni italiane sono sistematicamente oggetto di procedura di infrazione da parte della Commissione Europea per violazione delle norme comunitarie sulla caccia….

Se vinceranno i sì, di fatto si chiuderà la caccia.
Intanto diciamo subito che la realtà è una cosa: le sue interpretazioni un’altra. Noi non chiediamo la chiusura della caccia, ma solo una sua severa regolamentazione. E questo è un dato di fatto incontestabile.

I cacciatori sono i veri difensori dell’ambiente naturale: perché ce l’avete tanto con loro?
Si tratta di un vecchio e usurato argomento di propaganda, secondo il quale i cacciatori sarebbero i primi a proteggere l’ambiente perché interessati alla moltiplicazione della selvaggina.
Apparentemente il ragionamento sembra fondato, ma in realtà non c’è niente di più falso, ed esclusi casi individuali o di piccoli gruppi, a livello di grandi associazioni venatorie, la storia e i fatti lo smentiscono. Assenti nelle lotte contro il nucleare o per la difesa dell’acqua pubblica, assenti nella difesa del paesaggio, nella definizione della politica agricola comunitaria, nella lotta contro l’inquinamento, assenti persino nelle lotte contro l’urbanizzazione selvaggia e la cementificazione di quei terreni dove si riproduce quella selvaggina cui tengono tanto, i cacciatori hanno sempre chiuso tutti e due gli occhi di fronte al deterioramento dell’ambiente italiano.
Fin dagli anni delle grandi trasformazioni indotte dal boom economico degli anni ‘50, il mondo venatorio ha trovato più conveniente arroccarsi in una corporazione che otteneva privilegi dai partiti in cambio di voti e di silenzio verso altri soggetti presenti sullo stesso territorio percorso dai cacciatori: speculatori, inquinatori, cementificatori, soggetti con i quali, anzi, hanno sempre avuto un tacito patto di non aggressione, garantito all’interno dei partiti che tutti questi gruppi rappresentavano e ancora, evidentemente, li rappresentano.
Ecco quindi che la pubblicistica venatoria si lamenta sì delle compromissioni ambientali, ma solo per attribuirne ad altri la responsabilità, mai per iniziare azioni concrete di tutela. Cosa interessa a costoro se il cacciatore oggi va a caccia tra un’autostrada e una centrale elettrica in un campo saturo di concimi e antiparassitari, dove si coltiva colza destinata alla trasformazione in bioetanolo?
L’importante è che la Regione, a spese del contribuente, abbia liberato qualche fagiano
d’allevamento su cui sparare, o che abbia inserito l’allodola tra le specie cacciabili.

Post to Twitter Post to Facebook Send Gmail Post to MySpace