IL 3 GIUGNO SI VOTA

Ora è ufficiale: il prossimo 3 giugno, gli elettori piemontesi potranno esprimere il loro parere sulla caccia.

La Giunta Regionale ha infatti approvato ieri un Decreto del suo Presidente, il quale, in ottemperanza a quanto imposto dal TAR del Piemonte, dà l’avvio alle procedure di indizione del referendum.

Finalmente si conclude una battaglia legale durata un quarto di secolo: sono infatti trascorsi 25 anni da quando vennero raccolte 60.000 firme di elettori piemontesi in calce alla richiesta di un referendum abrogativo di parte della legislazione regionale sulla caccia. Il quesito prevede la riduzione delle specie cacciabili a quattro (cinghiale, lepre, minilepre e fagiano), il divieto di caccia la domenica e su terreno coperta da neve e la limitazione dei privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie, le ex riserve private di caccia.

La Regione, in tutti questi anni, non ha mai consentito lo svolgimento del referendum, con motivazioni spesso pretestuose ed illegittime, ma non ha più potuto opporsi alla sentenza della Corte di Appello di Torino di fine 2010, confermata più recentemente dal TAR Piemonte.

La scelta della data suscita però non poche perplessità: il Comitato Promotore aveva infatti chiesto che il referendum venisse accorpato alle prossime elezioni amministrative, che si svolgeranno in numerosi Comuni del Piemonte il prossimo 6 maggio: in tal modo sarebbe stato possibile risparmiare una parte consistente delle risorse pubbliche destinate all’effettuazione del referendum. La Giunta Regionale, invece, ha ritenuto di agire diversamente, adducendo problemi di carattere tecnico che in realtà si sarebbero potuti risolvere facilmente.

Il Comitato Promotore auspica che La Regione provveda ora a diffondere in modo capillare ed efficace l’informazione relativa al referendum. L’obiettivo  del fronte venatorio e di numerose forze politiche  è infatti quello di rendere nulli gli effetti del referendum a seguito del mancato raggiungimento del quorum dei votanti. “Tale ipotesi rappresenterebbe però una sconfitta non tanto e non solo del fronte ambientalista ed animalista – affermano Piero Belletti e Roberto Piana del Comitato Promotore del Referendum –  quanto soprattutto della democrazia e della partecipazione”.

“Auspichiamo almeno – concludono gli ambientalisti –  che, in attesa dell’esito del referendum, la Regione blocchi i lavori volti a modificare l’attuale legge sulla caccia. Modifiche che vanno in senso esattamente opposto alle richieste referendarie, prevedendo l’aumento del numero di specie cacciabili, il prolungamento della stagione venatoria, la caccia con l’arco e quella a specie di uccelli protette a livello comunitario.”

Per il Comitato Promotore del Referendum sulla Caccia
(Piero Belletti e Roberto Piana)

[Scarica il comunicato stampa in formato PDF]

[Scarica il Decreto del Presidente della Regione Piemonte in formato PDF]

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Botta e risposta

Un cacciatore ci ha inviato una lettera con la quale esprime le sue valutazioni critiche sull’iniziativa referendaria e sulle nostre ragioni per VOTARE SÌ.
Riteniamo interessante diffondere le argomentazioni della “base” del mondo venatorio e quindi abbiamo scelto di pubblicare i punti della sua lettera con le nostre risposte, avvertendo che, per abbreviare il testo (alquanto lungo), omettiamo alcune divagazioni non pertinenti.


CACCIATOREIn realtà con queste iniziative Voi favorite esclusivamente l’interesse privato di chi ha risorse economiche tali da potersi permettere il pagamento di una quota e quindi andare a caccia sempre in una riserva di caccia o, perché no?pagarsi dei viaggi venatori all’estero. Invece sarà preclusa la caccia alla gente normale, con redditi “normali” che ancora pratica la passione facendo enormi sacrifici visti i costi e le tasse già molto elevati. Se poi tenete presente che parecchi cacciatori sono pensionati…
RISPOSTA – Ovviamente non è nelle nostre intenzioni favorire chi caccia in riserve o addirittura all’estero. Infatti, il referendum prevede l’adozione dei limiti di carniere anche all’interno delle aziende faunistico venatorie. L’argomento dei ricchi che portano i soldi all’estero per colpa di norme italiane o europee severe ricorre spesso quando si discute di comportamenti non proprio commendevoli. Così, per esempio, si dovrebbero forse allentare le norme su sicurezza del lavoro e inquinamento per reggere la concorrenza dei paesi emergenti?
Noi non la pensiamo così. Riteniamo che la Regione debba dotarsi di una disciplina venatoria coerente con lo stato del proprio ambiente naturale, oggi invero piuttosto compromesso. Nell’inerzia della Regione, 60.000 cittadini hanno chiesto un referendum abrogativo delle parti più permissive della normativa sulla caccia. Per come sono concepiti i quesiti, la vittoria del sì introdurrebbe, di fatto, un principio sacrosanto: si penserebbe innanzitutto all’equilibrio naturale e alla conservazione di una sua componente fondamentale, la fauna, e solo dopo si potrebbe permettere la caccia a poche specie non in pericolo e che possono creare problemi o danni, soprattutto all’agricoltura. Beninteso se non fosse possibile adottare altre misure per rimediare ai danni.

CACCIATORE Non ci sono specie a rischio di estinzione comprese nell’elenco delle specie cacciabili. Se non avete paura di essere smentiti, invece di comportarvi da talebani (decidendo voi quale è la verità di fatto e pretendendo di imporla) andate a consultare i dati a livello europeo. Il problema è che per voi non ci sono specie che possano essere considerate cacciabili ivi comprese specie in evidente soprannumero ed infestanti (vedi cornacchie, gazze, volpi, storni ecc.)
RISPOSTA – Mancherebbe solo una Pubblica Amministrazione che inserisse specie in via di estinzione nell’elenco delle specie cacciabili! Non decidiamo noi quale è la verità di fatto, ma ci affidiamo a lavori scientifici svolti da Università, Istituti di Ricerca, Enti autorevoli.
Ricordiamo che in epoca storica, con il contributo a volte decisivo della caccia, si è verificata l’estinzione locale (Piemonte, Italia, o catena alpina) di gipeto, orso, lince, lupo, grandi ungulati. I tentativi di nidificazione in Piemonte della cicogna bianca fino agli anni ‘80 sono stati quasi tutti frustrati da atti di bracconaggio. Fino agli anni ‘20 del secolo scorso, i diari dei cacciatori della pianura piemontese menzionavano l’uccisione di decine di voltolini, re di quaglie, porciglioni, oggi praticamente scomparsi (Museo Regionale Scienze Naturali, Atlante degli uccelli nidificanti, 1988).
Restando nell’ambito delle specie attualmente cacciabili, è accertato che le specie appartenenti alla tipica fauna alpina sono in calo numerico (Gariboldi A., Andreotti A., Bogliani G., La conservazione degli uccelli in Italia, Perdisa 2004). Lo stesso Piano Faunistico Venatorio della Regione Piemonte riporta dinamiche di popolazione negative per coturnice e pernice bianca e riconosce, nei confronti di quest’ultima specie, la caccia come principale fattore responsabile della diminuzione degli individui. Sulla lepre variabile, invece, non esistono assolutamente dati: appare quindi del tutto irrazionale consentire prelievi venatori su una specie della quale non si conosce praticamente nulla.
È inoltre noto, ma anche ovvio nella sostanza, che l’Unione Europea invita a “…non autorizzare la caccia di specie o popolazioni il cui stato di conservazione sia insufficiente, anche se la caccia non ne è la causa principale…”. E tra le specie riconosciute a rischio vi è la coturnice (addirittura a un livello di attenzione particolarmente elevato), il fagiano di monte e la pernice bianca, sia pure limitatamente alla sottospecie helveticus, che però, guarda caso, è proprio quella che abita le nostre montagne. Certo, tra le cause principali vi è l’alterazione dell’ambiente, ma la caccia non può che peggiorare la situazione.
Non occorre dilungarsi, ma considerazioni analoghe potrebbero valere anche per altre specie di pianura: pernice rossa, starna, ecc. E invece, di fronte a questa situazione l’Assessore regionale alla caccia Claudio Sacchetto, d’intesa con il Presidente della terza Commissione Regionale Gianluca Vignale, propone addirittura di ampliare l’elenco delle specie cacciabili, inserendovi ben 10 specie di uccelli, tra cui alcune rare in Piemonte (frullino, mestolone, alzavola, marzaiola, moriglione, fischione) e l’allodola, specie anch’essa riconosciuta in diminuzione. A proposito, cosa ci sarà di divertente o sportivo nello sparare all’allodola? Un uccelletto grande come un passero, insettivoro, che non dà fastidio a nessuno?
Per quanto riguarda le specie che possono creare problemi di natura ecologica (siamo d’accordo sul fatto che ne esistano), c’è pur sempre la possibilità di effettuare misure di contenimento (anche abbattimenti).

CACCIATORESe capita, durante una battuta di caccia, di incrociare dei turisti o passanti che si voglia, normalmente si mette in sicurezza l’arma e, se la zona è particolarmente fitta di persone (cacciatori e non) si preferisce cambiare zona, visto che nessuno di noi va a caccia per fare del male ad altre persone, ma solo per passare qualche ora ad esercitare la propria passione, magari con qualche amico e, vi assicuro, il carniere, pieno o vuoto che sia, non è mai stato un problema. Per il resto, devo dire che nei luoghi dove si va a caccia, negli orari in cui si va a caccia e nel periodo in cui si va a caccia, di escursionisti ne ho trovati pochi
pochi (ed ora voi giù a dire che non è per le levatacce, a tutti farebbe piacere passeggiare per i boschi alle sei di mattina, a novembre, ma non ci vanno perché hanno paura delle fucilate). In Francia si caccia per molto più tempo che in Italia. Vorrei sapere se voi abbiate escluso la Francia (ma potremmo dire Inghilterra, USA, Spagna …) dalle vostre mete turistiche per lo stesso timore di “impallinazione”.
RISPOSTA – Invece gli incontri ci sono. Senza citare episodi drammatici, che pure sono numerosi, proviamo a spiegare quello che vediamo noi stessi o che ci raccontano occasionalmente amici e conoscenti. Per una persona normale (escursionista, birdwatcher, ciclista, runner … ) è già un’esperienza vagamente inquietante sentire nelle vicinanze colpi di fucile, latrati di cani, richiami di cacciatori che spesso non si intendono neppure tra di loro. Se poi lì vicino si ode un fruscio, si pensa subito che venga verso di noi un cinghiale ferito, qualche cane sovraeccitato, o, peggio ancora, il bersaglio del cacciatore e che si sia capitati sulla linea di tiro. Il massimo è quando si cammina tranquilli e da dietro un albero una voce stentorea grida ai suoi compagni di non sparare perché c’è gente sul sentiero e subito dopo è tutto un fiorire di altre voci che rispondono: devo sparare? A cosa? Dov’è? È un cinghiale? E una volta che tutto è chiarito, magari il concerto si conclude con un’imprecazione verso il rompiscatole. Come si vede, non deve scorrere sangue umano per avere la giornata rovinata e in futuro cambiare meta.
E poi, per favore, basta con questa sterile polemica secondo la quale i cacciatori sono dei duri che si alzano all’alba e camminano per chilometri nei boschi, mentre gli ambientalisti sono pigroni che non fanno mai un passo più del necessario! Quanto meno non generalizziamo: ci sono cacciatori che cercano di non muoversi di oltre 10 metri da dove sono scesi dal fuoristrada ed esistono ambientalisti che si alzano spesso anche prima dell’alba per andare a fare escursioni in montagna.
Quanto alle mete estere, possiamo assicurare tutti che noi ci andiamo e continueremo ad andarci per tanti motivi, uno dei quali abbiamo in comune con i cacciatori: vi si vedono più specie e più esemplari che in Italia. La differenza è che noi li osserviamo e li fotografiamo, loro gli sparano.

CACCIATORERiguardo al punto “Votare sì per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e meno contrastanti con l’interesse generale” che evidenzia ancora una volta una certa ignoranza in materia, provate ad andare a vedere gli altri stati. Pubblicate il nome di uno stato in cui secondo voi la caccia è ben regolamentata. Ma guardatevi in giro! Quella italiana e del Piemonte sono le regolamentazioni tra le più restrittive a livello mondiale! Andate a vedere negli altri paesi europei e non, dove la caccia è vista come una risorsa e non un problema. In Inghilterra la caccia alla specie colombaccio è aperta tutto l’anno essendo considerata una specie infestante, così come in parecchi stati USA la caccia al coyote per gli stessi motivi.
“Il Michigan ha una lunga, ricca tradizione venatoria. In Michigan la caccia contribuisce alla gestione e alla conservazione della fauna selvatica, fornisce una positiva esperienza in ambito familiare ed incrementa le opportunità ricreative, ed è buona per l’economia”. Questo paragrafo è un estratto dal “2011 Michigan Hunting and Trapping Digest” ovvero il documento governativo che regolamenta l’attività venatoria nello stato del Michigan (USA). Meditate gente … Un altro esempio della ristrettezza della normativa italiana: ho avuto in rare occasioni l’opportunità di andare a caccia all’estero (Francia e USA) su invito di amici. Ebbene, in questi stati si può ma in Italia NO!
Qui io non avrei la possibilità di ricambiare il favore, in quanto la nostra regolamentazione non consente ad un forestiero di effettuare una battuta di caccia. Per cui ribadisco: se non avete paura delle vostre opinioni, non abbiate paura a rimetterle in discussione senza far proclami o editti. Sedetevi con noi intorno ad un tavolo a discuterne. Chissà che non si possa scoprire che a questo mondo c’è posto per tutti…
RISPOSTA – Se la nostra normativa è così restrittiva c’è da chiedersi come mai l’Italia e le Regioni italiane sono sistematicamente oggetto di procedura di infrazione da parte della Commissione Europea per violazione delle norme comunitarie sulla caccia….
Abbiamo già spiegato che le regole, in qualsiasi campo, devono essere concepite tenendo conto della situazione in cui verranno applicate. Come si possono paragonare paesi diversi per ambienti, specie presenti, cultura, densità di popolazione, urbanizzazione, agricoltura, diversi persino per condizioni di arrivo atteso della neve e del ghiaccio in autunno o per il periodo di illuminazione solare? Qui le argomentazioni del nostro cacciatore, simili a quelle di tanti suoi colleghi, sembrano volte alla pretesa di applicare in Italia il peggio di tutto il mondo. Tanto meno si può prendere ad esempio gli USA, dove una lobby dalla forza
proverbiale, quella dei costruttori di armi, riesce sistematicamente ad indirizzare il processo legislativo a proprio vantaggio. Infine, una delle nostre più radicate battaglie, è quella contro il nomadismo venatorio, come riconosciuto anche dai cacciatori meno estremisti, con i quali qualche volta ci sediamo intorno a un tavolo ed effettivamente abbiamo un dialogo.

CACCIATORE Nel dettaglio, quali eccessi dell’attività venatoria vorreste contrastare??? Vedi sopra circa le ristrettezze della normativa italiana. Se ne vogliamo parlare, avendo notato su qualche sito (non so se il vostro) lamentele circa il fatto che sarebbe troppo semplice ottenere la licenza di caccia in Italia, portate esempi di qualche nazione che secondo voi va bene in questo senso. Io vi dico solo che per ottenerla ho dovuto fare un corso di tre mesi (due sere a settimana) per prepararmi sulle varie materie inerenti all’esame che si deve tenere di fronte ad una apposita commissione provinciale. Queste materie sono:
1) Conoscenza della regolamentazione (legge 157/92).
2) Conoscenza delle specie cacciabili e non.
3) Conoscenza delle colture agricole
4) Norme di pronto soccorso
5) conoscenza e uso delle armi da fuoco.
Senza dimenticare che il porto d’armi in Italia è concesso solo ha chi ha la fedina penale immacolata, in quanto in caso di reati non viene concesso. Questa nota va a risposta di una altro dei vostri siti velenosi, dove si predica l’intolleranza che titolava “cacciatori brava gente”. D sicuro siamo l’unica categoria di persone in Italia ad avere la fedina penale pulita. Di quale altra categoria possiamo dire lo stesso? Neanche di governanti ed onorevoli. Non nego che ci siano elementi che commettono infrazioni anche tra di noi, dico solo che la loro percentuale è la stessa delle “mele marce” presenti in qualsiasi altra categoria di persone. In
Inghilterra ed USA ad esempio, l’ottenimento del permesso di caccia è solo una tassa da pagare (un vaglia). Rendo l’idea? Se volete che anche in Italia si faccia così per me va benissimo!
RISPOSTA – Queste affermazioni sono un elenco di cose scontate. Non c’è nulla di particolarmente meritevole nel prepararsi a svolgere un’attività, anche di tempo libero. È quello che fanno regolarmente milioni di persone in Italia, nel volontariato, nello sport, nell’attività ludica e nel tempo libero. Possedere nozioni basilari di pronto soccorso è il minimo per chi utilizza armi, così come saper distinguere le specie cacciabili da quelle protette.

CACCIATORE Chiedete di votare sì perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere tutelato. E qui viene il bello. Voi spacciate questo referendum come una richiesta di regolamentazione della caccia e non una abolizione della stessa, ma sapere bene che non è così. Riducendo a quattro le specie cacciabili, di fatto verrebbero chiuse quasi tutte le forme di caccia tradizionali della nostra zona. Ma voi non volete che chi vede i vostri siti abbia l’idea che siate dei talebani (come in effetti siete) allora vi date una
parvenza di regolarità in questo modo. In una nota l’assessore Sacchetto ha ribadito un concetto corretto ed essenziale: qualsiasi regolamentazione sulla caccia non può essere fatta da persone che la caccia la vogliono abolire. Sarebbe come far fare il codice stradale a qualcuno che la circolazione stradale la vorrebbe abolire. E lo dimostra il fatto che qualsiasi vostro commento è teso sempre e comunque ad una riduzione (che sia di tempi specie o quant’altro) delle possibilità venatorie senza nessun riscontro. Se eliminerete la caccia, come in effetti volete al di là dei proclami che chiedono solo di “regolamentarla” (riallacciandomi al paragone del codice stradale sarebbe come chiedere la possibilità di circolare solo dalle due alle tre di mattina e solo su circuiti a pagamento e poi proclamarsi come fautori di una “regolamentazione”, di fatto vorrebbe dire eliminare la circolazione stradale), in effetti l’unico risultato pratico che otterrete sarà la sparizione di una categoria di persone (i cacciatori appunto) che, seppur per interesse proprio, si danno da fare perché il territorio sia ancora capace di ospitare e far nidificare la fauna selvatica, perché le colture abbiano dei fondi a perdere per la stagione invernale, perché le coltivazioni mantengano quella eterogeneità che garantiva in ogni periodo dell’anno sostentamento per le specie migratorie. Sparite queste persone che ci tengono al mantenimento della fauna selvatica, la fauna selvatica stessa ne subirà un danno. Ed è qui che paradossalmente si può asserire che la caccia alla fauna selvatica dà un apporto positivo; nel fatto che i cacciatori ci tengono che la fauna selvatica prosperi. E vivendo a diretto contatto con essa acquisiscono una notevole esperienza e conoscenza delle problematiche ambientali. Vi saluto sperando, ovviamente, che il referendum vada male ma ricordandovi che a questo mondo (e guardate anche il resto del mondo) c’è posto per tutti. Una sola cosa il vostro referendum ha di positivo: così facendo darete l’occasione a tutti coloro che vivono “fregandosene” dell’ambiente (e sono tanti vi assicuro, anche tra di voi) di sentirsi in pace con le loro coscienze dopo aver votato SÌ, per poi andare avanti a fregarsene.
RISPOSTA – Intanto diciamo subito che la realtà è una cosa: le sue interpretazioni un’altra. Noi non chiediamo la chiusura della caccia, ma solo una sua severa regolamentazione. E questo è un dato di fatto incontestabile. Che poi vi siano molti cacciatori che non potranno più esercitare perché disinteressati alle 4 specie che rimarrebbero cacciabili, può darsi. Ma non è un problema nostro.
Incidenti di caccia: i nostri dati provengono dall’Associazione Vittime della Caccia, che segue le metodologie proprie delle indagini statistiche: enunciazione delle fattispecie di incidente, raggruppamento dei casi a seconda della dinamica, raccolta della documentazione sul più ampio numero di fonti possibili, conservazione della documentazione. Invece compilare una statistica con pochi incidenti è facile: basta non leggere i giornali!
Ad osservazione rispondiamo ripetendo ancora che il referendum non chiede l’abrogazione totale della caccia. Basta leggere i quesiti referendari o le spiegazioni circa i loro effetti. Chiariamo ancora che, in caso di vittoria dei sì, si affermerà il principio secondo cui prima si pensa e poi si spara. Il punto di partenza della disciplina dell’attività venatoria sarà la garanzia dell’equilibrio ambientale e della salvaguardia delle specie e, solo dopo aver capito come si garantisce questo equilibrio, verrà permessa la caccia laddove questa abbia un impatto minimo o serva a limitare i danni eventualmente arrecati da certe specie.
Se non si andrà più a caccia della fauna alpina perché oggi è in diminuzione, i cacciatori se ne faranno una ragione: l’interesse collettivo all’equilibrio naturale e alla salvaguardia delle specie è superiore rispetto a quello di andare a caccia. Sotto sotto, forse, quello che temono i cacciatori è il “pensare prima di sparare”, o meglio, che il futuro legislatore si chieda seriamente a cosa serve la caccia per l’equilibrio naturale …
Circa la nota citata, sarebbe grave se provenisse dall’Assessore Sacchetto o da qualunque amministratore: chiunque ha il diritto di intervenire nel processo legislativo con gli strumenti messi a disposizione della legge, indipendentemente dal suo pensiero. Proprio quando succede il contrario, e ogni categoria autodecide le proprie regole, le conseguenze sono deleterie (vedi ad esempio i parlamentari).
Questa ultima parte della lettera poi, riporta un vecchio e usurato argomento di propaganda, secondo il quale i cacciatori sarebbero i primi a proteggere l’ambiente perché interessati alla moltiplicazione della selvaggina. Apparentemente il ragionamento sembra fondato, ma in realtà non c’è niente di più falso, ed esclusi casi individuali o di piccoli gruppi, a livello di grandi associazioni venatorie, la storia e i fatti lo smentiscono. Assenti nelle lotte contro il nucleare o per la difesa dell’acqua pubblica, assenti nella difesa del paesaggio, nella definizione della politica agricola comunitaria, nella lotta contro l’inquinamento, assenti persino nelle lotte contro l’urbanizzazione selvaggia e la cementificazione di quei terreni dove si riproduce quella selvaggina cui tengono tanto, i cacciatori hanno sempre chiuso tutti e due gli occhi di fronte al deterioramento dell’ambiente italiano.
Fin dagli anni delle grandi trasformazioni indotte dal boom economico degli anni ‘50, il mondo venatorio ha trovato più conveniente arroccarsi in una corporazione che otteneva privilegi dai partiti in cambio di voti e di silenzio verso altri soggetti presenti sullo stesso territorio percorso dai cacciatori: speculatori, inquinatori, cementificatori, soggetti con i quali, anzi, hanno sempre avuto un tacito patto di non aggressione, garantito all’interno dei partiti che tutti questi gruppi rappresentavano e ancora, evidentemente, li rappresentano.
Ecco quindi che la pubblicistica venatoria si lamenta sì delle compromissioni ambientali, ma solo per attribuirne ad altri la responsabilità, mai per iniziare azioni concrete di tutela.
Cosa interessa a costoro se il cacciatore oggi va a caccia tra un’autostrada e una centrale elettrica in un campo saturo di concimi e antiparassitari, dove si coltiva colza destinata alla trasformazione in bioetanolo?
L’importante è che la Regione, a spese del contribuente, abbia liberato qualche fagiano d’allevamento su cui sparare, o che abbia inserito l’allodola tra le specie cacciabili. E così l’Assessore Sacchetto diventa pure l’eroe dei cacciatori.
Ci siamo sempre chiesti cosa sarebbe successo se i due milioni e mezzo di cacciatori italiani attivi negli anni settanta avessero maturato la volontà di tutelare il territorio, anche se solo per avere a disposizione più selvaggina. Ovviamente la domanda è destinata a rimanere senza risposta. Altrettanto ovviamente noi ci auguriamo che il referendum vada bene. Sarà una bella novità per la fauna e per l’ambiente, ma sarà anche un segnale di risveglio dei cittadini dopo anni di sonnolenza, del loro ritorno ad occuparsi della cosa pubblica, di volontà di rimanere attaccati ai loro diritti alla faccia di chi per venticinque anni questi diritti li ha negati.

 

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Referendum caccia: si voti insieme alle amministrative

Da 24 anni la Regione Piemonte avrebbe dovuto indire un referendum per limitare e regolamentare (attenzione: non abolire) l’attività venatoria in Piemonte; nel 1987, infatti, vennero raccolte più di 60 mila firme di cittadini piemontesi che chiedevano il referendum. Ma la Regione – sia con maggioranze di centrodestra che di centrosinistra – in tutti questi anni ha sempre “svicolato”, con una serie di espedienti e furberie, per evitare che si andasse alle urne su questo tema. I promotori del referendum hanno insistito in sede giudiziaria e finalmente il 9 febbraio di quest’anno, dopo innumerevoli udienze e 9 gradi di giudizio, il Tribunale Amministrativo Regionale ha definitivamente ordinato alla Regione di far svolgere il referendum in una data tra il 15 aprile e il 15 giugno di quest’anno. E se il presidente Cota non si sbriga a fissare la data, dice il Tar nella sentenza, viene nominato fin d’ora un commissario ad acta (il Prefetto di Torino) che ottemperi a quest’obbligo.

Che sia un giudice (un collegio di giudici, in questo caso) a dover ordinare l’indizione di un referendum è innanzitutto una sconfitta della politica: se i promotori hanno dovuto imboccare la via giudiziaria è perché nel Palazzo, in 24 anni, i rappresentanti dei cittadini non hanno voluto dare ascolto a una richiesta, formulata secondo le regole democratiche, dai cittadini stessi. E allora, purtroppo, è stato necessario l’intervento del giudice.

L’attuale maggioranza Pdl-Lega Nord che governa la Regione, incassato il colpo, l’ha subito “buttata sul soldo”: far svolgere il referendum costerebbe, dicono, fra i 20 e i 25 milioni di euro. Una spesa ingente che il Piemonte oggi non si può permettere. Un’obiezione che non sta in piedi.

Per evitare lo svolgimento del referendum, infatti, sarebbe stato sufficiente modificare la normativa venatoria regionale secondo le richieste dei promotori del referendum stesso.
E invece, in 24 anni, la Commissione caccia e pesca della Regione si è riunita centinaia di volte (spendendo quanto, in emolumenti ai consiglieri?) sempre cercando di eludere quelle richieste. E continuando pervicacemente a resistere in tribunale (spendendo quanto, in parcelle di avvocati e costi giudiziari?) per far respingere la richiesta. Oppure sarebbe stato sufficiente far svolgere il referendum in concomitanza con qualche altra tornata elettorale (nel frattempo siamo andati alle urne decine di volte) per dimezzare, o forse più, la spesa per la consultazione referendaria. Chi tira fuori adesso, strumentalmente, i problemi di costi va quindi immediatamente… impallinato (in senso metaforico, s’intende) ed invitato ad evitare di prendere per i fondelli i cittadini.

Venti milioni di euro per il referendum sembra una cifra un po’ “gonfiata”, ma lasciamo perdere. E comunque il modo per far svolgere il referendum (si ricordi: ordinato dal Tar, non dagli animalisti) spendendo molto meno… c’è: domenica 6 maggio in numerose città e paesi del Piemonte i cittadini andranno alle urne per eleggere le amministrazioni comunali. Si voterà in tre capoluoghi di Provincia – Alessandria, Asti e Cuneo – e in altre popolose cittadine (Chivasso, Acqui Terme, Racconigi…) e molti piccoli Comuni. I seggi con presidenti e scrutatori, le Prefetture, le forze dell’ordine e tutta la “macchina elettorale” saranno quindi in funzione, con il loro costo, per le amministrative. E allora, se si vuole spendere meno per il referendum sulla caccia, è sufficiente far votare i piemontesi in quello stesso giorno, che cade perfettamente nell’intervallo temporale indicato dal Tar.

E’ una soluzione di buonsenso, che non necessita di ulteriori motivazioni. Se però il presidente Cota si oppone e preferisce indire il referendum in altra data (magari verso metà giugno, quando l’affluenza alle urne fisiologicamente scende ed è più difficile che si raggiunga il quorum…), i premurosi consiglieri regionali tanto attenti alle spese potrebbero proporre di detrarre dallo stipendio del presidente i maggiori costi dovuti alla scelta della data, in modo da non farli pesare sul bilancio della Regione.

Umberto Lorini
Legambiente

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“Una nuova sconfitta di Cota. Ora auspichiamo quella dell’integralismo venatorio.” M. Cerutti

Registriamo un nuova sconfitta politica della giunta Cota. In una sola settimana, prima il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della Regione contro la sentenza che aveva annullato i tagli applicati sui trasporti.

Ora il TAR ordina al Piemonte di indire il referendum entro 15 giorni, altrimenti sarà il prefetto a sostituirsi alla Regione in veste di commissario ad acta.

Siamo arrivati a questa situazione poiché la Regione e’ risultata inadempiente. Quindi anche i costi della celebrazione del referendum sono da imputarsi tutta alla sua incapacità legislativa, quando invece si poteva procedere a costruire un nuova legge che potesse essere una mediazione fra i diversi orientamenti.

Al contrario, la legge che si sta delineando in commissione risponde alle logiche venatorie più integraliste, attenuate in minima parte nella discussione.

L’incremento di dieci specie cacciabili, ad esempio, nell’ultima versione e’ stato modificato eliminando quattro specie (coniglio selvatico, moriglione, mestolone e fischione),restringendo il periodo per altre (tordo sassello, tordo bottaccio) o sottoponendo alcune a piani (starna e pernice rossa).

Il risultato e’ una legge che scontenterà anche le associazioni venatorie più moderate, dialoganti con le associazioni ambientaliste. E darà modo alla campagna referendaria di mobilitare con maggiore determinazione tutti coloro che vogliono difendere il patrimonio faunistico selvatico piemontese.

L’unico suggerimento ora alla Regione e’ quello di procedere affinché i referendum vengano accorpati con le amministrative, per un risparmio di risorse.

Monica Cerutti, Consigliera Regionale del Piemonte per Sinistra Ecologia Libertà (http://www.monicacerutti.com)

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“Troppe vittime per un’attività eludibile come la caccia!” – di Fabrizio Biolé

Anche quest’anno l’attivissima Associazione Vittime della Caccia ha presentato il triste dossier che riguarda i casi di uccisioni e ferimenti legati all’attività venatoria della stagione 2011/2012.

Al di là dei numeri, che sono di poco inferiori rispetto allo scorso anno, e che rappresentano un totale sottostimato, elaborato esclusivamente grazie alla meticolosa raccolta di notizie e articoli sui media locali, ritengo che si possa dire che la caccia continua ad essere una delle più impattanti attività tra quelle eludibili.

Come tutti gli anni Daniela Casprini, presidentessa dell’Associazione, ha, in modo completamente volontario, ricostruito i dati, con nuove analisi legate all’età delle vittime e dei responsabili e introducendo per la prima volta quest’anno un nuovo parametro di valutazione: quello sulle vittime in ambito extravenatorio, che riserva qualche triste sorpresa. In pratica sono stati presi in considerazione anche tutti quegli eventi di ferimenti e uccisioni con armi da caccia, non strettamente correlate all’attività stessa (vendette, aggiustamento di conti, liti tra vicini e in famiglia), i quali hanno riportato ad un pesante bilancio aggiuntivo di 16 decessi.

Giovedì 2 febbraio ero alla conferenza stampa di presentazione del documento al pubblico presso lasala Nassirya all’interno del palazzo del Senato a Roma, nella duplice veste di rappresentante istituzionale pro-tempore impegnato insieme con Davide in una fitta attività emendativa in commissione consiliare contro quelli che sono stati e saranno i “chiari di luna” dell’Assessore Regionale Claudio Sacchetto e portavoce del Comitato Referendario Piemontese che da 25 anni sta portando avanti una giusta e sacrosanta testimonianza di civiltà per permettere ai cittadini piemontesi di esprimersi sui quesiti referendari che chiedono un forte restringimento dell’attività venatoria.

sondaggi nazionali o suddivisi per regioni, effettuati su campioni i più diversi, danno da tempo un risultato piuttosto netto che vede prevalere i contrari all’attività venatoria, e le manifestazioni di piazza come quella organizzata a Torino il 17 settembre dello scorso anno dimostrano, attraverso la nutrita partecipazione, che i risultati sono verosimili. E’ probabile che manchi una vera e propria rete che possa unire comitati, singoli cittadini e associazioni che hanno una posizione avversa all’attività venatoria.

Tornando ai dati scaturiti dalla ricerca, pur parziale, i morti per colpi di arma da fuoco nel corso dei cinque mesi di attività venatoria sono stati undici, e più di settanta i feriti in modo grave (tra cui due minorenni).

Il dossier, pur non essendo scientifico e onnicomprensivo – infatti tralascia tutti gli incidenti non legati all’utilizzo delle armi da fuoco, così come tutti i ferimenti sotto i venti giorni di prognosi – è ovviamente utile per un confronto a livello sociale, ma anche per un confronto istituzionale con chi ha la volontà, nella nostra regione, di seguire l’esempio di Lombardia, Toscana e Liguria dove, al di là del colore politico della Giunta, la caccia è sostenuta e ampliata con deroghe anche disallineate rispetto alle direttive europee, il che costringerà la nostra nazione a pagare ulteriori sanzioni comunitarie il cui ammontare supera il miliardo di Euro.

Importante dato da sottolineare è il fatto che una regione come la Sardegna, dove l’utilizzo delfucile ad anima rigata (che ha una gittata molto elevata), è stato recentemente introdotto, rappesenta uno dei territori di picco per quanto riguarda gli incidenti venatori nell’ultima stagione appena conclusa. E’ opportuno che i piemontesi sappiano che da pochi mesi la maggioranza ha introdotto la possibilità di utilizzare proprio lo stesso tipo di arma, che già era concessa su terreno montuoso, anche su terreno pianeggiante.

Centinaia, forse migliaia sono gli episodi che vedono come vittime animali da affezione (cani, gatti in primis, ma anche cavalli) moltissimi i potenziali eventi in qualche modo sventati o evitati per buona sorte – “tragedie sfiorate o evitate” nel dossier –

Il documento, molto interessante, si chiude con un paragone forse azzardato ma facilmente verificabile: chi ha mai pensato che, a ipotetica parità di ore destinate ad attività ineludibili, come quella lavorativa o la percorrenza in auto delle nostre autostrade, la caccia, attività non indispensabile, farebbe il doppio di morti nel primo caso e anche quattro volte tanto nel secondo?

Tornando ad ambiti strettamente locali, nella nostra regione la situazione è emblematica e rappresenta in questo momento un delicato ma importante banco di prova: i piemontesi potranno dare un forte segnale di partecipazione e incoraggiamento anche ai cittadini della altre regioni, tra pochi mesi, partecipando alla consultazione referendaria regionale sulla caccia, raggiungendo l’antidemocratico quorum del 50% più 1 e dando segno di grande responsabilità civile nel chiedere una forte riduzione dell’attività venatoria.

 

Articolo di Fabrizio Biolé (Consigliere Regionale Movimento 5 Stelle Piemonte) tratto da http://www.piemonte5stelle.it/

 

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BRAMBILLA: “REFERENDUM IN PIEMONTE? ERA ORA”

“Era ora”. Così l’ex ministro del Turismo, on. Michela Vittoria Brambilla, commenta la sentenza del Tar che impone alla Regione Piemonte di indire, dopo 25 anni di contenzioso legale con il comitato promotore, il referendum sulla caccia. Inoltre l’esponente del Pdl, che è anche presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente (LEIDAA), chiede che l’iter della nuova legge regionale sulla materia sia sospeso in attesa del pronunciamento dei cittadini.
“Mi pare -sostiene l’ex ministro – un’elementare forma di rispetto verso il corpo elettorale, defraudato per un quarto di secolo – suppongo che sia un record mondiale – del diritto di dire la sua su una materia in cui contano le opinioni personali di ciascuno e non le logiche di partito. Dal mio punto di vista – prosegue l’on. Brambilla – il referendum ha un unico difetto: essendo una consultazione regionale non può abolire del tutto la caccia, alla quale, secondo l’ultimo rapporto Italia di Eurispes, si dichiara contrario il 76,4 per cento degli italiani. Tuttavia rappresenta certamente una straordinaria opportunità, finalmente offerta ai piemontesi, per dare un segnale di civiltà e di cambiamento a tutto il Paese. Un primo passo importante verso il raggiungimento dell’unico obiettivo da perseguire in maniera prioritaria: l’abolizione totale della caccia”.
E proprio perché ogni conquista su questo fronte avvicina il traguardo finale, l’ex ministro del Turismo ricorda di aver promosso una proposta di legge per abolire quella parte dell’art.842 del codice civile, che ancor oggi permette ai cacciatori di praticare attività venatoria nei fondi privati, per raddoppiare le distanze alle quali devono attenersi per sparare in prossimità di strade o abitazioni. Infatti, ripete, “la caccia è pericolosa per tutti i cittadini, la cui incolumità viene messa fortemente a rischio da tale barbaro costume, come purtroppo dimostra anche l’ultimo rapporto diffuso dall’associazione vittime della caccia: 11 morti e 75 feriti nella stagione di caccia 2011-12”. Ma certamente la pratica venatoria é fortemente censurabile anche e, soprattutto, perché minaccia la biodiversità: “L’amore per gli animali – sottolinea l’ex ministro – è un sentimento condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani, indipendentemente dall’età, del ceto sociale, dal credo politico e dalla fede religiosa. E’ un sentire comune di cui dobbiamo tutti essere orgogliosi. In nome di questo amore, che è anche obbedienza ad un principio universale, rifiutiamo fermamente la barbara ed anacronistica pratica della caccia e chiediamo che questa nostra istanza, senza alcun dubbio maggioritaria nel Paese, non sia più ignorata”. Chi va a caccia, infatti, “uccide per puro divertimento” e “danneggia gravemente l’ambiente che è patrimonio di tutti”. Secondo l’on. Brambilla, “è ora di cambiare” e chi si oppone alla caccia oggi ha finalmente “la forza” per farlo, in nome di “un progresso culturale in corso già da qualche anno verso la creazione di una nuova coscienza di amore e rispetto per gli animali e i loro diritti”

http://www.michelavittoriabrambilla.it/

 

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Caccia, referendum in Piemonte. Via libera dal TAR.

Caccia, referendum in Piemonte. Il via libera del Tar dopo venticinque anni.

Ce l’ha fatta: il Piemonte avrà il suo referendum sulla caccia. Dopo venticinque anni di battaglie, il comitato promotore, sostenuto dalle associazioni ambientaliste e da vari gruppi consiliari regionali fra cui IDV, SEL e 5Stelle, ha ottenuto il referendum. Lo ha deciso il Tribunale amministrativo regionale che ha anche imposto alla Regione di fissare entro 15 giorni la data della consultazione, pena la nomina di un commissario ad acta. Lo stesso Tar ha fissato il periodo nel quale dovrà necessariamente aver luogo: una domenica compresa fra il 15 aprile e il 15 giungo prossimi. Il referendum regionale sulla caccia è una novità assoluta per l’Italia. Fino a oggi la materia venatoria era stata infatti oggetto solo di referendum nazionali. Due, in particolare, quelli del 1990 e del 1997, quando gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi sull’abrogazione tout court. In entrambi i casi il risultato fu negativo perché non venne raggiunto il quorum (43,4% nel 1990 e 30,2% nel 1997), nonostante la percentuale schiacciante dei contrari alla caccia (92,2% e 83,6%). La consultazione piemontese ha però un oggetto diverso: non l’abolizione delle «doppiette» ma l’introduzione di alcuni limiti, come il numero di specie che possono entrare nel loro mirino (quattro), il divieto di sparare la domenica e su terreni innevati e la riduzione dei prelievi concessi alle aziende faunistico-venatorie. Il Comitato promotore, che nel 1987 aveva raccolto 60 mila firme, non maschera le aspettative: «È finito il tempo degli inganni», gongola il referente Roberto Piana». Dall’altra parte, il governo regionale morde il freno con l’assessore regionale all’Agricoltura, il leghista Claudio Sacchetto: «Ribadisco la mia contrarietà alla consultazione ma la Regione provvederà comunque a fissare la data. È giusto che venga indetto referendum». Per il centrosinistra la sentenza è una «sconfitta politica della giunta Cota». E un plauso arriva anche dall’ex ministro del Turismo Pdl Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente: «Era ora. È un primo passo importante verso il raggiungimento dell’unico obiettivo da perseguire in maniera prioritaria: l’abolizione totale della caccia». Il problema ora, rimarcano i referendari, è sempre lo stesso: il quorum. Dal Veneto arriva invece la voce critica del sindaco di Verona Flavio Tosi, presidente della Federcaccia regionale: «Si tratta di uno spreco di risorse. Mi auguro che i cittadini piemontesi rispondano senza andare a votare, così dimostreranno ulteriormente l’inutilità della consultazione. In ogni caso, spero che non ci sia un effetto emulativo in altre regioni». Nel frattempo anche la Corte Costituzionale si è pronunciata sui calendari venatori, dichiarando illegittimi quelli delle Regioni intervenute con l’introduzione di una nuova norma anziché con un atto amministrativo.

Andrea Pasqualetto

Corriere della Sera Sabato 11 Febbraio 2012 pag. 31

 

 

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Il TAR ordina al Piemonte di indire il referendum

IL TAR IMPONE ALLA REGIONE PIEMONTE DI INDIRE IL REFERENDUM CONTRO LA CACCIA

Con Sentenza emessa in data 9 febbraio, il TAR del Piemonte ha accolto il ricorso presentato dal Comitato Promotore del Referendum Regionale contro la Caccia ed ha ordinato al Presidente della Regione di attivare le operazioni per la consultazione popolare. Alla Regione è stato concesso un periodo di 15 giorni, dopo il quale sarà il Prefetto a sostituirsi alla Regione in veste di commissario ad acta.
Ricordiamo che il referendum era stato richiesto, corredato da 60.000 firme di elettori piemontesi, nel lontano 1987 e che non si è mai potuto tenere per la politica ostruzionistica ed antidemocratica delle varie maggioranze che si sono succedute in questo quarto di secolo alla guida della Regione Piemonte.
Il referendum non chiede l’abolizione della caccia, ma solo una sua drastica limitazione (riduzione del numero di specie cacciabili a 4 – cinghiale, fagiano, lepre e minilepre -, divieto di esercizio venatorio nelle giornate di domenica e su terreno coperto da neve, limitazioni dei privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie).

ORA E’ QUINDI CERTO CHE IL REFERENDUM CONTRO LA CACCIA SI FARA
La Regione è stata riconosciuta inadempiente e condannata a rifondere le spese legali al Comitato promotore.
“Deve affermarsi che la mancanza di qualsiasi risposta da parte della Regione alle richieste volte dai ricorrenti di far ripartire il procedimento e l’omessa comunicazione di qualsiasi informazione al riguardo rappresentano un’inottemperanza al giudicato della sentenza della Corte d’Appello che ha riconosciuto la sussistenza del diritto soggettivo pubblico alla prosecuzione del processo referendario” scrivono i giudici del TAR.
Entro il mese di febbraio conosceremo la data del referendum, che dovrà svolgersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Auspichiamo in contemporanea alle elezioni amministrative, per ovvi motivi di risparmio di denaro pubblico” ha affermato Piero Belletti del Comitato Promotore.
“Il tempo dei trucchi e degli inganni è finito. Dopo 25 anni di sospensione dei diritti democratici nella nostra Regione operata dalla casta che ci governa, la democrazia potrà finalmente riprendere il suo corso. Il Consiglio regionale accantoni il tentativo di modificare la legge sulla caccia a favore di una minoranza (i cacciatori) e si rimetta alla volontà dei cittadini, che con il referendum esprimeranno il loro pensiero sull’argomento. Chi per 25 anni ha impedito il voto popolare tragga le dovute conseguenze da questa sentenza” ha aggiunto Roberto Piana del Comitato promotore.

Per il Comitato promotore: Roberto Piana – Piero Belletti

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Claudio Sacchetto, un nome da ricordare – di F.Balocco

Si chiama Claudio Sacchetto. E’ uno di quei politici che portano la cravatta verde. I politici in genere non si distinguono gli uni dagli altri. I leghisti di solito sì, per gli indumenti che indossano. Claudio Sacchetto è l’attuale Assessore Regionale all’Agricoltura, Caccia e Pesca della Regione Piemonte.

È dal 1987 che la popolazione piemontese ha diritto di andare alle urne per ridurre drasticamente il fenomeno della caccia: diminuire il numero delle specie  cacciabili, vietare la caccia di domenica, evitarla su terreni innevati, ed altro ancora. Allora la giunta di centro sinistra ritenne di impedirglielo cambiando la legge (si chiama democrazia: si legge “fascismo”).

Sono trascorsi 25 anni, e, dopo che la magistratura ha sancito che quell’operazione era perfettamente illegittima, ora che il TAR Piemonte sta per nominare un commissario ad acta che indica il referendum, visto che la Regione si ostina a non adempiere, cosa fa questo Sacchetto con la cravatta verde? Presenta un emendamento a proposta di legge, che prevede l’ampliamento delle specie cacciabili da 29 a 39, l’introduzione della caccia con l’arco; l’ampliamento dei periodi di caccia e la caccia in deroga alle specie protette dalla Comunità Europea. Surreale.

La gente chiede/ha il sacrosanto diritto che si voti e lui cosa fa? Propone una legge che non solo non recepisce i quesiti referendari, ma peggiora la disciplina. Ripeto: surreale. E, udite udite, cosa sta scritto sul suo sito:
[…]

 

 

 

 

 

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