L’assessore Sacchetto vuole impedire di votare il referendum regionale sulla caccia

 

Torino, 9 gennaio 2011

L’ASSESSORE SACCHETTO VUOLE IMPEDIRE AI CITTADINI DI VOTARE IL REFERENDUM REGIONALE CONTRO LA CACCIA RICHIESTO 25 ANNI FA DA 60.000 CITTADINI.

OVVERO COME SOSPENDERE LA DEMOCRAZIA.

Dopo ben 24 anni di battaglie legali, il 29 dicembre del 2010 la Corte d’Appello del Tribunale di Torino aveva riconosciuto le ragioni del Comitato Promotore e aveva ordinato alla Regione Piemonte di riavviare l’iter del referendum regionale contro la caccia, illegittimamente sospeso dalla Regione Piemonte. Si dovrebbe votare in una domenica compresa tra la metà di aprile e la metà di giugno del 2012. Solo una legge che recepisse interamente le istanze referendarie (protezione per 15 specie selvatiche, divieto di caccia la domenica, divieto di caccia su terreno coperto da neve, abolizione dei privilegi concessi alle aziende faunistiche private) potrebbe impedire l’esercizio del voto.

Sembrava che nulla potesse più impedire il democratico esercizio del voto e invece l’Assessore regionale alla caccia, Claudio Sacchetto, oggi, in III Commissione, ha trovato il modo di sospendere temporaneamente la democrazia.

Ha presentato un emendamento ad una propria proposta di legge, il quale abroga per intero l’attuale legge regionale 70/96.

Abolita la legge, abolito il referendum.

Ma come fa il Piemonte a stare senza una legge regionale che regola la caccia?

All’Assessore Sacchetto probabilmente questo non interessa perché rimarrebbe sempre vigente la legge quadro nazionale n. 157/1992 ha dichiarato Roberto Piana del Comitato Promotore del Referendum. ”Probabilmente conta, dopo il 15 giugno di far approvare dal Consiglio regionale una legge che restauri lo status quo ante, magari anche con qualche regalo in più ai cacciatori”.

Tra l’altro, la legge nazionale è molto più permissiva di quella regionale, per cui l’iniziativa di Sacchetto va nella direzione opposta a quella del referendum. In uno stato democratico una proposta del genere sarebbe stata rinviata al mittente e l’autore sarebbe stato invitato a fare le valigie e a cercare lavoro altrove ha aggiunto Piero Belletti.

 

Per il Comitato Promotore del Referendum regionale contro la caccia

Piero Belletti

Roberto Piana

 

COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM REGIONALE CONTRO LA CACCIA

C/O PRO NATURA

Via Pastrengo 13 – 10128 Torino

 

Link correlati:

“Caccia, blitz leghista contro il referendum” – La Stampa

Piemonte: contro il referendum anticaccia aboliamo la democrazia – Geapress

Caccia: dopo 25 anni ancora a rischio referendum Piemonte – Ansa

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

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“Per un vegetariano come me, uccidere per necessità è già un delitto, figuriamoci uccidere per divertimento!” – Pino Caruso

Pino Caruso - Attore e scrittore

Per un vegetariano come me, uccidere per necessità è già un delitto, figuriamoci uccidere per divertimento!
Togliere la vita a un essere vivente che non può difendersi è da vigliacchi.
Pino Caruso

Aforismi
109
La barbarie, al mondo, è tale che la caccia viene chiamata sport.
152
Gli animali vanno restituiti a se stessi.
158
Non mangio nulla che sia costata la vita a un essere vivente. Ma è un problema mio. Quando sarà un problema di tutti, avremo raggiunto la civiltà.

tratti dal libro “Ho dei pensieri che non condivido” di Pino Caruso – A&B Editrice

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Avvio campagna referendaria

 

Nell’udienza dello scorso 23 novembre, il T.A.R. del Piemonte ha discusso il  Giudizio per Ottemperanza,
richiesto dal Comitato promotore del Referendum al fine di ottenere la nomina di un commissario ad acta per
l’avvio delle operazioni referendarie. La Regione Piemonte, rappresentata dall’avv. Magliona, ha garantito
che sarà rispettata la sentenza della Corte d’Appello del 29 dicembre 2010, con la quale, dopo 24 anni e 9
gradi di giudizio, è stato dato il via al referendum richiesto nel 1987. Il TAR si è fatto garante ed ha rinviato
l’udienza al 25 gennaio 2012, ancora in tempo per la nomina di un commissario ad acta qualora la Regione
non avesse nel frattempo avviato le operazioni referendarie. Ci scrive il nostro legale:“Con la presente Vi
comunico che l’udienza in data odierna è stata rinviata al 25.1.2012, anche su indicazione del Presidente
della sezione (il quale si è dimostrato sensibile alla tematica), al fine di poter verificare l’adempimento o
meno della Regione in tempo utile per un’eventuale  nomina di un commissario ad acta. Cordiali saluti.
Andrea Fenoglio”
Ora è certo: il referendum si terrà nel 2012 in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Come tutti possono comprendere, si presenta di fronte a tutti noi un evento straordinario che è anche
un’opportunità unica, il cui esito dipenderà soprattutto dallo slancio e dall’impegno che metteremo. Le
difficoltà che abbiamo davanti sono grandissime. Nei prossimi 4/5 mesi la mobilitazione dovrà essere
massima.
Associazioni, gruppi di amici, persone singole e tutti coloro che desiderano il successo del referendum sono
chiamati a raccolta. E’ assolutamente necessario che giungano disponibilità da tutte le province del
Piemonte. Nell’ultima riunione di sabato 5 marzo 2011 non vi era nessuno dalle province di Novara e
Verbania. E’ necessario porvi rimedio.

TUTTI COLORO CHE SONO CONTRARI ALLA CACCIA SONO CONVOCATI IN RIUNIONE PLENARIA
PER DARE IL VIA ALLA STAGIONE REFERENDARIA
SABATO 17 DICEMBRE 2011, alle ore 14.30
presso la sede del Centro di Servizi Idea Solidale – Torino, C.so Novara 64

 

scarica il volantino

 

 

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La caccia è pericolosa

L’attività venatoria è pericolosa per la pubblica incolumità in quanto i cacciatori sono
armati di fucili, operano quasi sempre in condizioni di scarsa visibilità a causa della
vegetazione e della configurazione del terreno.
La preparazione fisica e tecnica dei cacciatori è spesso non adeguata all’attività
svolta. L’età media molto alta dei cacciatori contribuisce a incrementare il rischio di
incidente. La legge non prevede esami approfonditi psicofisici in grado di valutare
l’affidabilità e l’equilibrio necessari per portare un’arma a lunga gittata e dagli effetti
devastanti. Le armi utilizzate per la caccia agli ungulati, in particolare, hanno gittate
utili anche di alcuni chilometri ed errori di mira di pochi gradi possono causare morti
e feriti anche a miglia di metri di distanza. Sono mediamente 50 ogni anno i morti e
centinaia i feriti di caccia in Italia.

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Incidenti di caccia

E’ più pericoloso un cinghiale nella vigna o un cacciatore che spara ad un televisore?

Nelle Langhe, terra di vini, il pericolo si vive durante tutta la stagione venatoria
E anche in casa non si sta tranquilli

Domenica 3 ottobre 2010 nelle campagne di Novello (CN) è in corso una battuta al cinghiale. Un proiettile sparato da un cacciatore attraversa una vigna, una strada provinciale, un giardino, perfora il vetro di un salotto, perfora il pannello posteriore di un televisore e qui si ferma. Il televisore continua a funzionare. In casa vi sono due persone anziane, S.F. di anni 85, la moglie, la badante, parenti ed amici. I Carabinieri
della Stazione di La Morra, successivamente intervenuti, tolto il pannello posteriore al televisore recuperano la palla franca da cinghiale. Le guardie venatorie della LAC di Cuneo hanno inoltrato denuncia alla Procura della Repubblica di Alba per esplosioni pericolose.
Il cacciatore incosciente che ha sparato è solo l’ultimo responsabile di un fatto così grave. La zona interessata è classificata come ACS Area di Caccia Specifica alla volpe e al cinghiale. Trattasi di colline intensamente coltivate a vigneto. Qui vengono prodotti il Dolcetto, il Barolo, il Barbera, il Nebbiolo, vini rinomati e conosciuti in tutto il mondo. L’area è tutt’altro che disabitata, è attraversata da strade ed è disseminata di cascine. La domenica torpedoni di turisti scaricano visitatori da ogni parte d’Italia e
d’Europa. Ai primi giorni di ottobre la stagione della vendemmia è in pieno svolgimento.
La caccia in battuta al cinghiale è una delle forme di caccia più pericolose. E’ causa ogni anno di morti e feriti per l’alto concentramento numerico di partecipanti e per i fucili armati con una palla unica la cui gittata può raggiungere i mille metri di distanza. Aumentano anche durante la stagione venatoria gli incidenti d’auto causati dai cinghiali: lo ha certificato la stessa Provincia di Cuneo. I cani dei cacciatori disperdono questi ungulati costringendoli a spostarsi incessantemente.
Qualcuno a Novello sostiene che anche il Sindaco del paese fosse in prima linea ad assistere dalla strada
alla battuta di caccia, quasi fosse un avvenimento folckloristico.
Come è possibile autorizzare simili eventi in zone così densamente popolate e in pieno periodo di vendemmia?
Ogni anno almeno 50 morti e centinaia di feriti caratterizzano in Italia l’attività venatoria.
Ma in Italia il problema “sicurezza” non era una priorità?
La società civile si ribelli contro questa selvaggia militarizzazione delle campagne. Si faccia pace con la natura e gli animali.
I fucili da caccia restino appesi al chiodo!

 

 

 

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Il referendum sulla caccia

Il referendum non chiede l’abolizione della caccia. Non era possibile richiedere con un referendum regionale l’abolizione di una attività prevista da una legge regionale. Ne chiede però un sostanziale ridimensionamento, fatte salve le esigenze dei settori produttivi che potrebbero subire contraccolpi negativi da una presenza squilibrata di fauna selvatica sul territorio. I più importanti aspetti del quesito referendario sono i seguenti.

Limitazione al numero delle specie cacciabili. Il quesito prevede che rimangano cacciabili solo più quattrospecie: lepre, fagiano, cinghiale e colino della Virginia (una specie di origine esotica introdotta ad esclusivifini venatori, la quale, nel frattempo, è però stata inserita nell’elenco di quelle protette a livello comunitarioe quindi depennata anche a livello regionale). Rimarrebbero quindi tre sole specie cacciabili. Da notare che,rispetto alla legge vigente nel 1988, il referendum chiede la protezione di 37 specie. Di queste, ben 25 sono oggi ancora cacciabili.

Uccelli (17 specie):
quaglia (Coturnix coturnix)
tortora (Streptopeia turtur)
beccaccia (Scolopax rusticola)
baccaccino (Gallinago gallinago)
pernice rossa (Alectoris rufa)
starna (Perdix perdix)
cesena (Turdus pilaris)
tordo bottaccio (Turdus philomelos)
tordo sassello (Turdus iliacus)
germano reale (Anas platyrhynchos)
colombaccio (Columba palumbus)
cornacchia nera (Corvus corone)
cornacchia grigia (Corvus corone cornix)
gazza (Pica pica)
pernice bianca (Lagopus mutus)
fagiano di monte (Tetrao tetrix)
coturnice (Alectoris graeca)

Mammiferi (8 specie)
coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)
muflone (Ovis musimon)
lepre bianca (Lepus timidus)
volpe (Vulpes vulpes)
camoscio (Rupicapra rupicapra)
capriolo (Capreolus capreolus)
cervo (Cervus elaphus)
daino (Dama dama)

Da notare ancora che il quesito referendario continua a prevedere la possibilità di intervenire conabbattimenti di controllo laddove l’eccessiva presenza di fauna selvatica comporti danni alle attività agricole.
Divieto di caccia nella giornata di domenica. Scelta legata soprattutto alla necessità di evitare situazionidi pericolo per tutti i frequentatori dell’ambiente “disarmati” (escursionisti, agricoltori, cercatori di funghi,ecc.). Oggi la caccia è permessa solo per alcuni giorni della settimana, ma la domenica è sempre tra questi.
Divieto di cacciare su terreno coperto da neve. Già oggi è così: sono tuttavia previste numerose eccezioni (ad esempio la caccia alla volpe, agli ungulati e alla tipica fauna alpina) che il quesito vorrebbe invece eliminare.
Limitazione ai privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie. Di fatto, nelle ex riserve private dicaccia si possono abbattere animali in numero molto maggiore rispetto al territorio libero, non dovendosiapplicare i limiti di carniere per molte specie. Il referendum vuole abolire questo privilegio per chi puòpermettersi di andare a caccia in strutture private.

 

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Storia del referendum

Nella primavera-estate del 1987 vengono raccolte circa 60.000 firme in calce alla richiesta di unreferendum regionale che chiede l’abrogazione di alcuni articoli della L.R. 60/79, la normativa allora vigente in materia di caccia.
Nel 1988 la Regione Piemonte (d’ora in avanti “Regione”) dichiara la richiesta ammissibile, ma,subito dopo, vara una nuova normativa, la L.R. 22/1988, e, conseguentemente, dichiara, con DPGRn. 3258/1988, la cessazione delle operazioni referendarie, essendo mutata la norma oggetto diconsultazione. Da notare che la nuova legge recepisce solo in piccola parte le richieste del quesitoreferendario (ad esempio le specie cacciabili sono ancora 29, a fronte delle 4 previste dal quesito).
Il Comitato promotore (d’ora in avanti “Comitato”) impugna il provvedimento davanti al TARPiemonte, ma questo si definiva incompetente, vertendo l’oggetto della domanda sulla lesione di undiritto soggettivo, ed essendo pertanto competente il giudice ordinario.
Il Comitato iniziava pertanto una battaglia legale che transita attraverso tre gradi di giudizio davantial Giudice ordinario e che dura dal 1999 al 2002. Il Tribunale di Torino rigetta la domanda delComitato. La Corte d’Appello di Torino, invece, in riforma del primo grado, annulla il DPGR inquanto non era stata prevista una comparazione tra la nuova legge e quella precedente: pertantonon era stato possibile valutare se le istanze dei promotori fossero state accolte o meno. La Corte diCassazione rigetta il ricorso della Regione e, pertanto, confermava il disposto della pronuncia dellaCorte d’Appello.
La Regione, allora, nomina una Commissione, presieduta dal Prof. Sergio Vinciguerra, affinchévaluti se la nuova disciplina aveva o meno recepito le istanze referendarie. Questa concludeva i suoilavori con esito positivo.
Con conseguente DPGR n. 89/2002, la Regione dichiara nuovamente l’annullamento delleoperazioni referendarie.
Il Comitato allora ricorre al TAR Piemonte con due distinti ricorsi, uno con cui chiede il giudiziod’ottemperanza sulla decisione della Corte d’Appello, e l’altro con cui chiede l’annullamentodel DPGR 89/2002. Le domande vengono ambedue respinte, la prima in quanto inammissibileper cessazione della materia del contendere, la seconda per difetto di giurisdizione, trattandosi dimateria di competenza del giudice ordinario. La prima sentenza viene ricorsa in Consiglio di Stato,che conferma però la sentenza del TAR. Piemonte.
Nel 2006 il Comitato iniziava la causa davanti al Tribunale di Torino per ottenere l’annullamentodel DPGR n. 89/2002.
Il 5 settembre 2008, con sentenza n. 6156, il Tribunale di Torino, Prima Sezione Civile (giudicePaola Ferrero) accoglie le istanze dei promotori il referendum e riconosce il loro pieno diritto allaprosecuzione del processo referendario.
Il 29 dicembre 2010, con sentenza n. 1986, La Corte d’Appello di Torino respinge il ricorsopresentato dalla Regione Piemonte contro la sentenza di primo grado e ribadisce la legittimità dellarichiesta referendaria.

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Percorso giuridico

La sentenza n. 1896/10 del 29 dicembre 2010 della Corte di appello di Torino, confermando sostanzialmente la pronuncia di primo grado del Tribunale di Torino, ha sancito la sussistenza del diritto soggettivo del Comitato promotore del referendum all’espletamento della procedura referendaria, illegittimamente interrotta dalla Regione Piemonte.

Nell’alveo della giurisprudenza della Corte costituzionale, la sentenza osserva preliminarmente come, in caso di sopravvenienza di una nuova disciplina, che non modifichi in modo sostanziale i contenuti normativi essenziali delle disposizioni oggetto della richiesta referendaria, “la sottoposizione della nuova legge al voto popolare, qualora essa introduca modificazioni formali o di dettaglio”, oltre a corrispondere alle intenzioni del Comitato promotore, “rappresenta la strada costituzionalmente obbligata per conciliare – nell’ambito del procedimento referendario – la permanente potestà legislativa delle Camere con la garanzia dell’istituto del referendum abrogativo”.

A tal riguardo, la Corte riconosce come l’intendimento dei promotori fosse quello non già di conseguire l’integrale abrogazione della legge sulla caccia, bensì quello, più limitato, di introdurre soltanto alcune – per quanto significative – restrizioni all’esercizio dell’attività venatoria sul territorio regionale. In virtù di tale fondamentale constatazione, la sentenza disattende l’argomento difensivo adombrato dalla Regione Piemonte, a detta della quale la consultazione referendaria sarebbe stata tesa ad impedire lo svolgimento di un’attività (quella venatoria) senza dubbio consentita dalla vigente legislazione nazionale.

Poste siffatte premesse, la Corte nega l’asserito carattere innovativo della l. 70/96, rilevando che non solamente gli specifici contenuti normativi delle singole disposizioni, ma, altresì, gli stessi principi ispiratori della nuova e della previgente disciplina, non risultano essere stati oggetto di significative modificazioni. Tanto la normativa attuale, quanto quella abrogata, si pongono come obiettivo la tutela della fauna selvatica, dettando, a tal fine, un’articolata disciplina dell’attività venatoria, che, pur rivelandosi più restrittiva nelle previsioni della nuova legge di quanto non avvenisse in passato, evidenzia una sostanziale continuità, per principi informatori, strumenti giuridici adottati e finalità perseguite, fra antica e recente legislazione.

In esito ad approfondita disamina, da un lato, delle disposizioni della nuova e della precedente normativa e, dall’altro, dei quesiti proposti, la Corte perviene alla conclusione che siano tuttora attuali e, dunque, trasferibili sulle corrispondenti previsioni della vigente legge, le richieste referendarie relative a:

  • riduzione delle specie cacciabili;
  • divieto di caccia nella giornata di domenica;
  • eliminazione delle esenzioni al divieto di caccia sui terreni innevati;
  • abolizione del regime privilegiato riconosciuto alle aziende private di caccia.

Preme osservare come la sentenza, nel giungere a dette conclusioni, rifiuti categoricamente di prendere in considerazione argomenti di ordine lato sensu politico (ingenti costi della consultazione referendaria, possibile difficoltà a raggiungere il quorum, scarso interesse dei quesiti), cui la Regione Piemonte aveva in buona parte affidato le proprie speranze di sovvertire l’esito del giudizio di primo grado. La Corte è ferma nell’osservare, a tal proposito, come oggetto del giudizio non sia “l’opportunità o la convenienza del quesito referendario in rapporto all’attuazione dei vari e complessi interessi in gioco (aspetti la cui valutazione compete unicamente ai cittadini elettori)”, non spettando evidentemente al giudice “di valutare le conseguenze (in termini di politica legislativa) dell’eventuale accoglimento del quesito referendario abrogativo alla luce dei complessivi valori recepiti dall’ordinamento”, in quanto il thema decidendum devolutole risulta del tutto “avulso da ogni considerazione di incidenza economica ovvero politica (nel senso della opportunità o rispondenza dell’iniziativa referendaria all’interesse pubblico) che si ponga a valle dell’iniziativa stessa”.

Particolarmente significativo, a tal riguardo, è, poi, il riconoscimento del rilievo costituzionale del diritto dei promotori del referendum all’espletamento della procedura referendaria, “in conformità al dato costituzionale, nonché alla legge statale e regionale, che ravvisa nell’istituto referendario un primario strumento di partecipazione democratica dei cittadini al processo di formazione legislativa”. Donde l’impossibilità, così per lo Stato e le Regioni, come per il giudice, di “negare tale diritto in ragione dei costi economici – se non addirittura degli sprechi – indotti dall’iniziativa; men che meno, una simile valutazione potrebbe essere fatta sulla scorta di considerazioni del tutto opinabili e per lo più di tipo prognostico (il disinteresse degli elettori per la materia, il verosimile mancato raggiungimento del quorum, la sussistenza nell’ambito del bilancio regionale di altre e preminenti esigenze di cassa, la difficoltà di percezione del significato dei quesiti da parte del grande pubblico, ecc.)”, argomenti tutti vanamente prospettati nel corso del giudizio dalla difesa regionale.

La tesi difensiva della Regione Piemonte viene, dunque, dalla sentenza della Corte, perentoriamente confutata. Pieno riconoscimento ottiene, invece, l’inviolabile (ma, di fatto, per tanto tempo violato) diritto dei cittadini piemontesi ad esprimere, attraverso il più importante (se non l’unico) istituto di democrazia diretta previsto dall’ordinamento (il referendum), il proprio libero convincimento in merito ai quesiti, a suo tempo proposti dal Comitato promotore, sul tema della caccia.

La sentenza, pur accogliendo pressoché integralmente le ragioni del Comitato promotore del referendum, non ravvisa, peraltro, gli estremi per la condanna della Regione Piemonte al risarcimento del danno sofferto dagli stessi promotori, per l’ormai ultraventennale ritardo nello svolgimento della procedura referendaria. A giudizio della Corte, infatti, non sarebbero individuabili specifici profili di colpevolezza nell’operato (comunque illegittimo, sul piano obiettivo) dei funzionari e, in genere, delle istituzioni regionali, tesi discutibile ma che, in ogni caso, non offusca il nitore di una decisione, quale quella in commento, cui va innegabilmente riconosciuto il merito di aver reso finalmente giustizia alle ragioni del Comitato promotore, vistosi per oltre ventitré anni conculcare l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito.

 

Torino, 15 febbraio 2011

 

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La opinioni degli italiani sulla caccia

I risultati del sondaggio “Le opinioni degli italiani sulla caccia”

effettuato da IPSOS per Enpa, Lav, Legambiente, Lipu, Wwf Italia


1. Il 70% degli italiani si dichiara fortemente contrario alla caccia. Sono in particolare donne, laureati, impiegati, casalinghe, fascia d’età 18/24 anni. Solo l’8% degli italiani è a favore (in particolare uomini sopra ai 55 anni, basso titolo di studio, imprenditori, pensionati). Il 22% si dichiara “neutrale”.

2. Alla domanda “Qual è la sua opinione sulla caccia?“, il 79% degli italiani esprime un giudizio fortemente critico, diviso tra un 52% che la considera “un’inutile crudeltà da vietare” e il 27% che la ritiene un’attività da ridurre, con regole più rigide. A questo dato va aggiunto un 14% di italiani che ritiene accettabili le attuali regole, per un totale del 93% degli italiani comunque contrari a qualsiasi ipotesi di ulteriori concessioni all’attività venatoria.

3. Sull’articolo 43 della Legge Comunitaria (approvato alla Camera e ora all’esame della Camera), che amplierebbe i tempi di caccia, è contrario l’81% degli italiani e favorevole solo il 10%. Solo il 3% degli elettori della MAGGIORANZA DI GOVERNO è d’accordo con il voto del loro partito poiché ritiene le regole odierne della caccia troppo rigide. Sempre nella stessa area politica il 47% ritiene la caccia un’inutile crudeltà che andrebbe vietata, da sommare al 28% che vorrebbe regole più rigide e, solo per questo caso, da sommare anche al 20% che ritiene la norma attuale un buon punto di equilibrio. Per un totale del 95% di contrari alla caccia o a ogni sua estensione.

4. Nelle tredici Regioni al voto il prossimo 28 marzo, il 69% degli italiani si dichiara “contrario” e “totalmente contrario” se i candidati proponessero regole a favore della caccia (66% fra gli elettori di centrodestra e 75% di centrosinistra). E se il candidato che si sta pensando di votare proponesse interventi a favore della caccia, cambierebbero voto ben 4 elettori su 10: il 34% nel centrodestra (con un 25% che ci penserebbero fino all’ultimo) e il 43% nel centrosinistra (con un 13% che ci penserebbero fino all’ultimo).

5. Nelle tredici Regioni al voto il prossimo 28 marzo, l’89% degli italiani si dichiara favorevole se i candidati alle elezioni proponessero regole per aumentare le tutele per gli animali e la natura. Si tratta del 93% degli elettori Pdl+Lega e l’87% Pd+Idv.

6. “Scomposto” per orientamento di voto il 70% contrario a tutta la caccia è ampio anche nella maggioranza di Governo (64%), diventa 71% nell’area Pd-Idv fino al 76% di altro orientamento di voto (sinistra, centro, destra)

7. La contrarietà alla caccia fra abolizione e richiesta di una più rigida regolamentazione registra un crescendo man mano che si scende nel Paese: 77% al Nord e al Centro, 82% al Sud.

8. Il livello di accordo con alcuni provvedimenti per liberalizzare la caccia, alcuni dei quali sono all’ordine del giorno da mesi della Commissione Ambiente del Senato sul famoso “testo Orsi”, è estremamente minoritario: 5% per autorizzare la caccia a specie protette, 7% per sparare a passeri e fringuelli, 7% per caccia nei parchi, 9% per aumentare caccia a uccelli migratori, 9% per far sparare sempre in aree private a pagamento, 11% per ridurre sanzioni per chi uccide specie protette.

9. Il livello di accordo con alcuni provvedimenti per limitare la caccia e aumentare la sicurezza, è estremamente maggioritario: 71% per un calendario venatorio ridotto da ottobre a dicembre, 77% per il divieto di caccia agli uccelli migratori, 78% per vietare la caccia di domenica e nei giorni festivi quando i boschi sono più frequentati da persone, 80% per vietarla nei terreni privati senza l’autorizzazione del proprietario, 84% è per non rilasciare licenza prima dei ventuno e dopo i settanta anni, 86% è favorevole all’aumento della distanza di divieto di caccia dalla case e dai sentieri degli escursionisti.

10. E’ altissima fra gli italiani l’opinione contraria alla violenza sugli animali, con il 97% fra coloro che la ritengono sempre sbagliata (41%) e chi la ammette solo per alimentazione (56%). Questo dato disaggregato per orientamento di voto vede l’area Pdl+Lega al 96%, Pd+Idv al 97% e il 100% per gli altri. Solo il 2% indica che gli animali servono unicamente “a soddisfare i bisogni dell’uomo”.

Link all’articolo originale

Il documento integrale del sondaggio

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